giovedì 18 aprile 2024

NATHAN NEVER (8)


NN #356/357: La verità di Steven Ross/Frammenti di un futuro possibile (Vigna/Gradin)

Inizia la "stagione 8" e lo fa col botto. Ora che Nathan è il "nuovo Mister Alfa", cosa c'è di meglio che ufficializzare questa sua posizione? Ecco, dunque, il ritorno, dopo centocinquantasette numeri, del Mister Alfa "che abbiamo sempre amato" (cit.), la cui reale identità viene finalmente svelata da Darver e Forbes (#313/315), desiderosi di spiegare all'eletto Nathan (fulcro del multiverso) la vera Storia dell'Umanità (Neveriana) e di metterlo in condizione di svolgere bene il proprio lavoro di paladino degli equilibri, che l'Alfa vecchio e inacidito vuole spostare a suo consumo, ora che il patto con gli ufini Grigi si è rotto. Sullo sfondo, una indagine a base di ipotesi di complotto e dodici scimmie. Non solo: con gli anelli Shanachies, Nathan vede il suo possibile futuro da Capo dell'Alfa e gli eventi del Gigante #10, mentre si perde nelle prefigurazioni dei #200 e #300. Ma che, davvero? Chi può dirlo, la casa di Nathan non è quella giusta (è quella vecchia, la prima) e alcune incongruenze sono troppo palesi...e se anche questa non fosse la realtà? Un capolavoro, insomma (più nel concetto che nell'esposizione), perfettamente coerente "nello spirito" (pardon, pattern di configurazione) con tutto ciò che la serie è sempre stata e con ciò che è ora (questa storia doveva essere collocata proprio qui). Che acquisisce maggiore pregio se la si accosta alla sua variazione editoriale, pubblicata il mese dopo, dei Martin Mystère #373/374: un'altra storia doppia, volta a rilanciare la testata, in cui l'eroe scopre di essere la sua stessa nemesi... ma dove il tutto è narrato come in una barzelletta raccontata male. Questa, invece, è una storia con due coglioni così, zeppa di stimoli e riflessioni sociologici e fantascienfici, e chissenefrega se cancella il #130 e il #161 (i quali, ammettiamolo, erano faciloni a dir poco). Purtroppo per Vigna, la sua profezia si è autoavverata: i lettori non vogliono essere stimolati alla riflessione, vogliono solo cacare il cazzo. Col beneplacet dell'Editore, che affida le storie più importanti ai disegnatori meno adeguati (e sì che Gradin è pure migliorato).


NN #358: I pirati dei cieli (Memola-Masperi/Dall'Oglio)

Giacenza funebre, era una vecchia storia di Memola e Pueroni, poi trasformata completamente in un omaggio citazionista di Miyazaki. Di Pueroni restano 40 tavole (a noi è dato vederne 5 o 6). Storia leggera in cui molto lo fa Legs, in cui tutto il peso è appioppato al mangaka. Ma Dall'Oglio è un mangaka realistico, io preferisco i cartoonistici (come, peraltro, Miyazaki dovrebbe essere). Ma soprattutto si è verificato quel che avevo predetto: dopo tutta la paraphernalia di Vigna, cosa mi importa di 'sta roba? Infatti mi sono annoiato parecchio. Degno di nota soltanto il filo di cattiveria di Nathan, che non perdona nulla al povero cristo di turno e lo lascia di fronte alle sue responsabilità.


NN #359: Ritorno nel Multiverso (Vigna/Giéz)

80 anni di SBE! Tutti gli albi di Aprile 2021 debbono, in qualche modo, celebrare la ricorrenza. Ecco allora la medaglia di NN. Ed ecco, soprattutto, il seguito del #300, con Nathan che va a trovare gli altri universi narrativi: stavolta tocca a Tex e agli albi ASI, mentre Mister No sembra essere diventata la base operativa. Episodio abbastanza brillante e divertente, con lo scienziato che va volutamente ad assomigliare a GLBonelli, e con le tecnobubbole olonomico-cyberpunk che non fanno rimpiangere quelle del passato (anzi, francamente le trovo molto più divertenti). Forse si poteva/doveva togliere il riassuntino dell'albo precedente, dato che il finale arriva improvviso e col fiatone. Tutto questo, come sappiamo, fa da sfondo al Nuovo Ordine Vignano, ma questo filone "quantum leap" in sé è da considerarsi un escamotage celebrativo, o almeno questo sembra suggerire la decisione di tirare in ballo il cacciavite sonico. Vogliamo sperare che sarà utilizzato MOOOOOLTO raramente. Il difetto più grande dell'albo è la discrasia grafica col #300, che aveva i colori e il disegnatore di punta, mentre questo è in b/n e ha il rapido tuttofare.


NN #360: L'uomo senza volto (Medda/Cascioli)

In allegato la medaglia di Legs. Riempitivo come dovrebbero sempre essere. Storia poco originale, forse già vista, ma come è ben scritta? Ecco la capacità di uno scrittore di saper agganciare il lettore e tenerlo sull'attenti fino alla fine. E meno male che Medda si è stufato e scrive perché costretto! Il disegnatore torna con uno stile diverso, meno curato e più approssimativo. Non ricordo se si era ammalato pure lui.


Nathan Never Missione Giove #1--4: La Squadra Hawks/La creatura nel ghiaccio/Il segreto degli Eloym/Viaggio infinito (Vigna/Bertolini-Bonazzi)

Miniserie del 2021. Copertine di Ivan Zoni, un po'... boh, non saprei. Stilizzate? Fumetto annunciato da eoni, è l'epocale - secondo Vigna - storia definitiva in cui tutti gli universi e le trame convergono verso un unico centro. In realtà - una delle tante - non ve n'era bisogno: i #300,#356/357,#359 e #361bis avevano già ampiamente chiarito la situazione, perlomeno ai lettori dotati di un minimo di intelletto. Ma il patto tra costoro e quelli ottusi è stato rovesciato a favore dei secondi, ed ecco la necessità di questo bigino della Nuova Continuity Neveriana. Un fallace baroco, giacché Vigna non ha tenuto conto di un fattore importante: il lettore ottuso, in quanto tale, non è interessato a spremere le meningi, è inutile spiegargli le cose. Più logico sarebbe pensare che Vigna abbia voluto chiarirle più che altro a sé stesso. Solo che la storia lo contraddice. Se i primi due episodi sono, tutto sommato, una "normale" avventura spaziale del Nathan di AnnoZero, con un Vigna romantico che omaggia il sense stesse dello wonder, con l'Apollo 11 e il motore a curvatura eccetera, il terzo e il quarto episodio cedono completamente il passo alla delineazione del nuovo status quo. Il risultato, però, è lo stesso di Oltre l'immaginazione (vedi sotto), con i vari universi che si alternano a mo' di flusso di coscienza (o, come si dice, di variazione della sequenza del pattern). E grossomodo sono gli stessi della doppia #356/357, di cui questa miniserie è un prequel de facto. Quindi rivediamo la prosecuzione degli eventi del Gigante #10, rileggiamo il #200 da un'altra prospettiva e abbiamo la conferma della retcon del #130 (il quale, in parte, viene salvato con una tirata di capelli). Peraltro, la doppia di Steven Ross, a questo punto, sembra quasi da intendersi come una storia di AnnoZero, ma su questo resta il dubbio. L'evento portante è, naturalmente, la genesi di Tempo Zero, "l'universo Matrix" dei #300 e #359, cui viene innestato quella cosa di Generazioni che si diceva sarebbe entrata in continuity, ovvero la tripartizione di Nathan, con tanto di cloni M S e V. Ma c'è spazio pure per una bella cronologia mysteriana del passato della Terra, che ripesca addirittura creazioni del mensile di Legs e salva in calcio d'angolo i Venerabili. Questi ultimi due albi, così densi di nozioni e divagazioni, non hanno il respiro narrativo che avrebbero meritato; non ci si commuove come accaduto col #357. E, soprattutto, l'intera miniserie non si presenta affatto come la storia neveriana definitiva; hai voglia a mettere tasselli, c'è una marea di ellissi, dai cambi di volto del Reiser/Darver di AnnoZero al desiderio di dimissioni dello stesso Darver che non trova conferma nella stracitata doppia di Steven Ross, dal ruolo del Nathan "degli Almanacchi" ai vari miscugli di guerre future (quelle tecnobiologiche sono ancora menzionate, ma ne viene inserita una nuova al posto di quelle viettiane), oltre a tutta la questione della rottura del patto, che non può certo esaurirsi così. E il rapimento iniziale di Nathan da parte dei Grigi? Sembra evidente che questo sia solo l'inizio, altro che fine. Ma è davvero arduo immaginare che questo filone possa andare avanti a lungo. La certezza è che, da tutto questo, il personaggio Darver ne esce ampiamente rivalutato, forse pure troppo, e francamente ritengo che anche Mister Alfa sia tornato ad essere un villain con qualcosa da dire, anziché il deus ex machinae buttato a caso di una volta. Non solo: ritengo che questo fosse l'Alfa originariamente concepito ai tempi della saga omonima. Tant'è che la data del 2101 SND non può essere casuale (io, però, l'avrei evitata, perché incasina davvero le cose). Insomma, di tutto l'arazzo vignesco questa è la storia più lunga e articolata, ma anche la più frastagliata e disomogenea. Forse quattro albi sono troppi? Forse ce ne sarebbero voluti almeno altri due? Forse, in un altro piano di realtà, è andata così, e ai lettori è piaciuto, e Vigna ha avuto la certezza di poter proseguire tranquillo. Su questo, invece, tenere la barra dritta sarà dura. Come diceva quel tizio, ogni fumetto di un tempo consente che emergano solo quei lettori i cui contenuti qualitativi corrispondono alla rispettiva qualità di quel tempo.

Nota dello scrivente: ovviamente la data è un refuso. Umpf.


NN #361: L'ultimo volo (Medda/Denna)

Trent'anni di neveri! Per festeggiare, ecco l'albetto con le migliori 80 copertine risultate dal sondaggio del sito SBE, e il logo ad hoc. In allegato, un riempitivo-remake (del #39), ma fatto bene. Dove persino l'idea dei tizi volanti, che tanto appariva ingenuotta nel #265, qui sembra azzeccata. Siamo sicuri che questo non abbia più voglia di sceneggiare? Ottima arte, con risvolti casiniani sorprendenti.


NN #361BIS: Oltre l'immaginazione; Per un futuro migliore (Vigna/Bonazzi; Vigna/Fiorelli)

Albo "flip book" di 112 pagine, formalmente è un Gigante (vabbè). La prima storia è l'episodio portante, con una tavola in più del solito. Variante metanarrativa della retcon quantistica, che mischia l'universo della miniserie Anno Zero con quello classico, aggiungendone un terzo in cui "Nathan Never" è un certo Alan Smithee (sic), coautore del fumetto assieme ai sardi. Ma non si capisce bene chi sia quel Nathan perseguitato con l'elettroshock e che si risveglia in una retcon del #21. Divertente, comunque, per come Vigna se ne sbatta allegramente delle regole narrative, per spiegarci per filo e per segno i precetti e gli assiomi di questa sua operazione di multi continuity. La seconda storia è una breve didattica realizzata con il Ministero dell'Ambiente del Governo Conte 2, ma pubblicata sotto il Ministero della Transizione Ecologica del Governo Draghi. Disegnata in modo molto estremo, con un Darver irriconoscibile, tira in ballo i soliti Pretoriani destrorsi, collocandosi nel periodo, ormai già superato, post Guerra dei Mondi, in cui Marte fingeva di essere una democrazia parlamentare. Si fa ricordare più che altro per l'idea, davvero fantascientifica, per la quale nel 2050 gli obiettivi dell'Accordo di Parigi saranno stati raggiunti. Nella prefazione, il Ministro Cingolani ritiene che la Transizione Ecologica dovrà essere il più rapida possibile, il mese dopo parlerà di gradualità e autorizzerà trivellazioni e affini.


NN #362/363: La Casa della Gioia/Resurrezione (Marzorati/Catacchio)

Giacenza di due vecchie glorie (lo sceneggiatore fece una sola storia, ma di quelle apprezzate). Buona fantascienza social-distopico--horror-intimista, con una regia ariosa e un'atmosfera e delle tematiche decisamente bladerunneriane; o, più correttamente, neveriane. Però è anche una lettura molto pesante, o pedante, molto verbosa, decisamente troppo chiacchierata. Forse un albo bastava? Copertine suggestive.


Nathan Never Magazine 2021:Destinazione Luna (Vigna/Giardo/ col. Giardo)

Ristampa la seconda storia dell'ASI, per la prima volta in edizione da edicola. Contiene anche un estratto da Il rapimento (Agenzia Alfa #39), uno da MM #96 e uno da Greystorm (#1?, in toni di seppia). 


NN #364: Il Fattore H (Medda/Raho)

Ancora un Medda da golden age, riempitivo in continuity, sagace pretesto per far invecchiare Nathan (e quindi l'age è silver, ma insomma). Arte adeguata. Sempre straniante vedere come Medda abbia recuperato l'ispirazione e la capacità di delineare i personaggi con due dide.


NN #365: Memorie di un assassino (Eccher/Jannì)

Giacenza di Terra-1, "seguito" del #283 e con la Legge Zero già aggirata, ma soprattutto strascico/tie-in della saga di Omega, con tutte le vanaglorie oggi anacronistiche di Sigmund. Il colpo di scena, se non lo indovina dal titolo, lo si capisce non più tardi di metà albo, ma tutto sommato è un fumetto che si fa leggere almeno una volta, grazie al mitico disegnatore. "Il prodotto spesso non equivale alla somma delle parti": e grazie, è prodotto.


NN #366: Mister Perfect (Medda/Masala-Pianta)

E niente, questo rinnovato Medda continua a stupire con le sue storie elementari ma sceneggiate con classe e maestria. Ti aggancia alla prima vignetta e ti molla all'ultima, senza che tu possa dire "ma". Naturalmente, un minimo di interesse per Nathan e la scifi sociale tu devi avercela. Qui il caso ha a che fare di nuovo con un robot, come il #365, e anche se di quell'albo non ce ne fotte nulla, ci fa enormemente piacere vedere i personaggi ricordarselo e ragionarci sopra. Ovviamente, qui l'indagine è meno fantasy e più procedural-terra-terra, e il colpevole è l'inverso, d'altronde è un albo con sottili intenti social: certo, focalizzandosi sul femminicidio e il sessismo, si scorda il resto (sono tutti bianchi etero), ma è un resto di cui facciamo volentieri a meno. Masala disegna le prime pagine, poi un impegno lo distrae; Pianta si sobbarca tutto il lavoro: e meno male, è una grande artista. Che bello il rimando a Diego Hernandez, usato in modo fluido ed utile.


NN #367: Olympus (Medda/Bergamo)

Ancora un Medda ispirato, ma stavolta il soggetto non mi ha convinto del tutto: le divinità greche nascoste nella Città Est, buttate lì così, lasciano il tempo che trovano. Molte le ispirazioni, in un frullato di remake: Cybermaster, la psicometabiosi e, naturalmente, Skotos. Vigna dice che tutte queste storie sono fumetti, nel senso che sono il fumetto di NN pubblicato nel mondo di NN. Beh, per questo albo ci può anche stare. Arte nervosa.


Nathan Never Special #32: Ricatto alla Città (Medda/Corbetta)

Giacenza riadattata male: è ambientata "due anni prima" rispetto "agli ultimi albi", ma gli ultimi albi sono "novellizzazioni" (Vigna docet), e la vicenda è il seguito dei #343/344, che tanto novellizzazioni non possono essere; insomma non ci si capisce un ozzac. Ma non è importante: è un Medda che, nella prima metà, ci annoia un pochetto, e ci fa sospettare d'essere proprio una giacenza; poi si riprende un po', e l'omaggio (a quanto pare, necessario, vedi Julia) al centoquarantennale di Pinocchio emerge in tutta la sua omaggiosità, per una trama vecchio stile, nel senso dei primi numeri degli anni 1990, logica e fanciullesca, cioè cinica. Arte funzionale. 32 pagine in meno: e pazienza. 


Nathan Never/MITE: Uniti per il pianeta (Vigna/Bonazzi,Foderà,Grimaldi/ col. D.Cerchi)

Volume cartonato uscito solo nelle migliori librerie (migliori nel senso del governo correlato, Cingolani sponsorizza). Cross-over basato sui presupposti di NN #300 e #359, in cui Nathan viaggia tra gli universi bonelliani e incontra Mister No e Martin Mystère. Il primo, in realtà, lo aveva già intravisto di sfuggita, mentre il secondo, nei succitati albi, non era in casa. Stavolta ci sono tutti. Fumetto un po' troppo didascalico, anche la minaccia dei Pretoriani appare un po' esagerata (liberare la CO2 stoccata nel sottosuolo è sufficiente a sconquassare il clima su tutto il mondo? A meno che non abbiamo capito male e le alterazioni atmosferiche colpiscono solo la Costa Est. Ma poi si dice che vogliono distruggere il Pianeta, e d'altronde il titolo è indicativo). Alcuni errori ci fanno inarcare tutte le sopracciglia (quante ne abbiamo?). Tanto per cominciare, Nathan spiffera a tutti questo suo segreto tecnobubboloso, e addirittura, alla fine, Legs sentenzia che le "fa sempre un certo effetto" vedere le persone fare i salti quantici; ma quando mai le ha viste? Qui, fino a dieci pagine dalla fine, non sa nemmeno chi siano tutti questi anziani brizzolati o tinti di cui si circonda il suo collega. La stessa Legs ci regala poi la battuta più divertente dell'episodio, quando chiama "vecchia lattina" il sciùr Mystère, scambiandolo per il robot... e lo stesso Nathan, schiaffeggiandosi enfaticamente la fronte, d'improvviso si ricorda dell'esistenza di quel suo amico, il ché contraddice platealmente l'universo vignesco, in cui il Martin robotico non esiste, oltre che gli episodi precedenti di questo stesso filone "quantum leap", dato che, come detto, Nathan e Brohme avevano vanamente suonato il campanello a Washington Mews (evento che viene pure ricordato!) senza che all'Agente Alfa il cognome "Mystère" dicesse alcun ché. Boh. Lo stesso Mystère, inoltre, non associa il Mister No dinanzi a lui a quell'anzianotto che ha incontrato in un paio di circostanze, gli pare solo una somiglianza. Infine, non ci risulta che nel 1986 Washington Mews fosse già sbarrata dal cancello. E questo è quanto può interessare un consumista come il lettore (speciale e non), giacché il tema ecologico non è poi così approfondito. Prendiamo per buona la notizia degli stoccaggi di anidride carbonica, ma di più non possiamo fare. Mica possiamo imbrattare i monumenti. La foliazione di 64 tavole costringe l'autore a stringere quanto più possibile; ciò nonostante, ciascun personaggio ha il suo momento di gloria: non solo i tre protagonisti, ma anche Brohme e Greta Suzuki (sic!). La premessa, posta nei citati albi di NN, per la quale la base di Brohme si trova nell'Amazzonia degli anni 1950 ('52, scopriamo qui), a posteriori pare studiata a tavolino per dare il via a una storia del genere; l'interazione con Mister No è gradevole nelle sue brevità e semplicità, nei testi come nei disegni (di Foderà). C'è tutto quanto il repertorio: l'alcol, le notti, gli indios, il Piper. Grimaldi disegna la sequenza nella New York del 1986: di puramente mysteriano non c'è nulla, Martin vi compare più in quanto divulgatore tuttologo (e vecchio amico di cui ci eravamo dimenticati, vedi sopra). Serve solo a raccontare il trivia del vulcano Tambora, che ha causato diversi eventi storici. Compare quasi più Aaron nell'epilogo che Java. Bonazzi, ovviamente, illustra le sequenze futuristiche: nell'ultima, in cui agiscono anche i due ospiti del team-up, ha difficoltà nel disegnare i volti di Jerry e Martin. Drake e Mystère rubano la scena proprio nel futuro, mettendosi avventatamente nei guai con i mutati marziani nella fazenda. Curiosamente, i raggi del Murchchdana e dell'arma generica di Never hanno la stessa foggia. Comunque, la presenza risolutiva del triumvirato si limita al rubare il barile di CO2. Nell'epilogo ritroviamo pure il Darver insensatamente canuto e persino il Presidente (di quale che sia ora l'Ente governativo nel Nuovo Ordine Vignano), e veniamo gentilmente invitati a fare di più per preservare il Pianeta, o almeno l'Amazzonia, o almeno quel che ci capita a tiro. Copertina di Sergio Giardo.


NN #368/369/370: L'eredità di Skotos/Commando omicida/Indagine su un fantasma (Vigna/Toffanetti,Bertolini,Bastianoni D.)

Dopo diverso tempo, torna l'impostazione ad albo frazionato, diviso in due racconti autonomi, ma stavolta pure a puntate. La vicenda principale è quella aspettavamo dal 2003, precisamente da NN #149, qui ampiamente ripreso. In quell'episodio di Vietti e Cascioli, Nathan uccideva la sua prima nemesi, Aristotele Skotos, mentre la di lui moglie, Sada, e il di lui figlio, Kal (con le fattezze di Jack O'Ryan), venivano arrestati, e mentre il primo Tecnodroide, Neos, fuggiva (assieme ad un altro di nome Phobo, ma ignoriamo questa cosa, per ora). Da quel momento, tutti questi personaggi sono letteralmente scomparsi nel nulla, e non se ne è saputo più niente. Dopo ventidue anni (così dice la dida, ma dopo l'errore del 2101/2121 di Missione Giove non vi facciamo molto affidamento), questa trama torna come nulla fosse. Così funziona il Vignaverse. E devo dire che mi piace. Finalmente vediamo Nathan recarsi nel carcere ed incontrare faccia a faccia Kal: non poteva farlo prima? Va detto che, anche in questa occasione, è necessario un casus belli per spronarlo (il ritrovamento dell'equivalente skotosiano del baule donrosiano di PdP, nella villa in cui la latitante Sada soggiornava ultimamente). Ma tant'è, accontentiamoci di questa sarabanda di continuity, in cui vengono agevolmente ricordati, con un piglio che confonderebbe gli autori di MM, anche i NN #30 e #47. In un lettore dozzinale, la domanda sorgerebbe spontanea: nel Vignaverse, questi eventi sono reali o illusori? Per fortuna, noi siamo di quelli per cui i Wachowski sono ancora maschi, e certe cose non ce le chiediamo. Nella seconda parte, il nuovo Shuttle di Jerry Lone, dotato di motori a curvatura (solo una chimera ai primordi della serie) ci conduce nella stazione orbitante privata di Skotos, ora "triestizzata" e resa franca da accordi specifici tra Terra, Stazioni Orbitanti e Marte: dovevamo aspettare vent'anni, per saperlo. L'indagine a bordo è un po' goffa, e gli unici eventi salienti sono una labile connessione tra Nathan e gli eventi del #337 (i meno interessanti del Vignaverse) e la probabile introduzione della sorella creduta morta di Aris. Oppure no, giacché la terza parte lascia intuire che Juana Franciosa (sic!), aka Sorella Rebirth, la nuova leader della Setta della Divina Provvidenza, possa essere persino July Frayn. Lo suggerisce l'affetto (?) con cui saluta May, rimasta forzatamente nel team mentre Branko è inchiodato a Tropical City dalle pratiche per la sede distaccata dell'Alfa. L'indagine di Nathan, che richiama addirittura Bisiach dell'Almanacco 1996, è una indagine vera, cioè proceduralesca e fatta di conversazioni e associazioni di idee, e si interrompe con naturalezza, come una indagine vera. Non mi è dispiaciuta. Tra i tre artisti, leggera preferenza per il terzo, che siamo sempre contenti di rivedere.

Skotos - Le origini del Male (Vigna/Bonazzi,Bertolini,Giardo)

Come qualcuno forse ricorderà, all'inizio della serie Skotos non era altri che un mafioso; solo più tardi, una decina d'anni dopo, è evoluto/involuto in un pazzoide nazista, deciso a sterminare tutti (un po' come un certo guerrafondaio russo). Vigna ha deciso di spiegare questo passaggio, sebbene per molti la cosa oggi rappresenti un tradimento. Per noi ovviamente no, è una scelta non necessaria, ma con una sua logica. Naturalmente, il piglio è sempre quello del complottismo alla buona, con evidenti rimandi a Manson (la moda del momento), e un percorso già scritto. Il piccolo Skotos, reso autistico dalla strage della famiglia nella villa di campagna, viene preso in simpatia da una dottoressa... cosa ci ricorda, tutto questo? Naturalmente il piccolo Aris è ancora fondamentalmente un buono. Questo finché non scopre che il suo collegio nasconde un traffico di organi, in cui cade vittima il suo amichetto. Da qui al primo omicidio il passo è breve, tre puntate che sembrano una. Tutto sommato, "l'infanzia di Slamor", di per sé, non racconta chissà che cosa, ma è solo un tassello di un romanzo criminale più ampio (almeno altre due trilogie). Come 'chi è Slamor'? Beh, Skotos è il nome della sua prima azienda...


NN #371: Rigenerazione (Vigna/Fara-Regazzoni)

Episodio annunciato cinque anni fa, e sempre rimandato. Remake delle vecchie storie "futuriste" degli Almanacchi, in una versione più strettamente sci-fi. Ma nella nuova continuty vignana quelle storie ora sono integrate, quindi le visioni allucinate (nell'omaggio alla famosa sequenza del #13) di questo nuovo Nathan del futuro remoto si rifanno alle trame dei #356/357, di cui viene mostrato il prosieguo della visione dell'incontro tra Mister Alfa e il Nathan con figli: Nathaniel muore e Ann resta su Gadalas-pianeta, mentre Nathan parte verso l'ignoto, finendo poi ibernato e risvegliato 600 anni dopo. Teoricamente, questo è il futuro più futuro visto sulla serie, ed è una specie di retcon di quello di Generazione Futuro (che era 300 anni prima, cioè dopo), essendo anche iconograficamente vicino ai soliti modelli trekkiani e bormidani. Il Nathan (teoricamente) anzianissimo si comporta un po' da povero vecchio, solo e indifeso in un mondo a lui non congeniale: chi vuole rappresentare, il lettore o l'autore? Emblematico il suo destino di narratore di storie (solo vecchi classici) alle nuove generazioni ignoranti. E Mister Alfa? A quanto pare, Nathan lo ammazzerà con un colpo in testa, come il vecchio Skotos. La parte migliore è senza dubbio il fatto che Nathan ricordi la vecchia continuity, il ché sembra porlo come il Nathan dei #300 e affini. Fara ha impiegato cinque anni per disegnare un fumetto tutto sommato semplice, e non lo ha nemmeno concluso: lo ha finito Regazzoni, sennò non usciva manco stavolta. Ma va detto che il risultato, somigliante a Bertolini, è più che buono.


NN #372: La rabbia del metallo (Vigna/Jannì-Paesani)

Giacenza riadattata e a sua volta riarchiviata. Il giallo del mese risale, verosimilmente, ai tempi del filone robotiano e di Mac. Il colpevole è palesemente un robot, ma qui si sceglie di parlare posticciamente di cloni con endoscheletri. La storia è banalotta, ma Vigna riesce a spacciarla per un esempio del modus operandi del nuovo Nathan Direttore Alfa in incognito, col nostro che ha sempre il polso della situazione, agisce, ordina, si assume rischi, dà lezioni di giurisprudenza e diplomazia a tutti. Al simpatico stile di Jannì sono mescolate tavole più recenti (di Paesani), in cui Legs si perplime ed Elania cerca di non farsi mettere da parte, ma alla fine ottiene proprio il contrario: Nathan le impone di mettersi in aspettativa. Anche così, l'albo è una giacenza, giacché sarebbe stato meglio pubblicarlo non molto dopo i #354/355, non quasi due anni dopo. Ricordi dello Speciale #1: Nathan invita a cena Olivia Olling dopo trent'anni.


NN #373BIS: La versione di Herschfeld (Rigamonti/Arduini,Resinanti,Vicari,Vitrano)

Giacenza di tempo ignoto, basti dire che Nathan ha il giubbetto delle "stagioni" 3/5 (oppure è un errore; lo psicologo esordì nella "stagione" 6). Ancora un episodio psicanalitico, remake del #41, con la reinterpretazione rashomonica di eventi già raccontati. Legs, Sigmund e Nathan millantano il triplice fallimento della loro missione: lo psicologo suppone sia una triplice balla; i tre avrebbero aiutato i "terroristi", in realtà semplici ribelli della multinazionale malvagia del "Territorio". Un episodio tutto sommato in linea con le vecchie gestioni della testata, ma assolutamente non con quella in corso: come potrebbe il Nathan autoproclamatosi capo per esautorare Elania agire in questo modo? Un albo, dunque, di cui si poteva fare a meno. Così ha pensato Jacomelli, che ha rifiutato di parteciparvi (lo ha sostituito Vitrano). 


NN #373/374/375: L'ombra della Yakuza/Il ritorno di Kal Skotos/La rinascita (Vigna/D.Bastianoni,Toffanetti,Giardo)

Dopo due mesi, riparte la doppia saga di Skotos, presente e passata. Nella prima, sorprendendoci un attimo, Sada torna in pista: il marito, prima di crepare, le impiantò le coordinate del suo bunker segreto, contenente i dossier con cui ricattava mezzo mondo. La Yakuza vuole il suo: per riaverlo, fa evadere Kal Skotos con un commando terrorista. La domanda è: negli ultimi vent'anni hanno avuto altro da fare? Kal, ovviamente, è sclerato e vendicativo come il babbo. Intanto, Branko e May si uniscono ufficialmente al cast di Tropical City (Carella, la mutata, la procuratriche che dice "amigo") nella nuova sede distaccata dell'Alfa, mentre Elania ci fa sapere che Matthew sta per andare al college (di già?): ma non facciamo in tempo a vederlo, che lo rapiscono. Sia May che Legs sono dubbiose: la prima è turbata da Sorella Rebirth, la profethissa (?) della Setta della Divina Provvidenza, ovvero nientemeno che la sorella (appunto) July, che non vedevamo dal #149; la seconda è perplessa sull'iperattivismo di Nathan e sulle assenze di Elania. Ne hanno ben donde: il decisionismo di Nathan si scontra segretamente con i magheggi di Elania, ricattata dai Pretoriani. Ma c'è anche altro sullo sfondo, tipo Darver quasi rimpiazzato da Janine o il declassamento del rating dell'Alfa (prima volta dal 2091), che prevede ridimensionamenti economici e di personale (e allora perché aprire il distaccamento a Tropical City? è un'altra sottotrama). Ha un ché di serriano ritrovarci ancora con il focus su Nathan e May. Arte godibile in tutte e tre le declinazioni.

Skotos - Oscura Rinascita (Vigna/Bonazzi,Toffanetti)

Aris Slamor è ormai adolescente ed eccelle in ogni cosa, soprattutto in arte e matematica. Per il momento, la cosa più interessante è la relazione morbosa e semi-incestuosa con la tutrice, tuttavia poco approfondita, dato che la tapina prima finisce nel polmone d'acciaio e poi viene eliminata dallo stesso amante. Lo stesso Slamor ne subisce di ogni, dal bagno nell'acido alla messa in stato d'accusa alla latitanza; non colpisce particolarmente il momento-clou, la conversione definitiva al Male e la scelta del cognom de plume con cui diverrà celebre; se non, forse, per il fatto che la sua prima vittima (il vecchio che lo salva) sembra essere lo Skotos originale (quello a cui ha ciulato il nome), un imprenditore dato per scomparso in circostanze poco chiare. Oppure no. Vabbè. Arte (squilibrata, la prima parte ad uno, le seconda e terza all'altro) riuscitamente torbida, ma la storia calca un po' troppo la mano su burocrazie e cavilli legali, tant'è che alla fine si finisce un po' storditi dalla rivelazione della nuova identità del Reverendo Hammond, Hans Calhoon (nel senso che dovrebbe lasciarci esterrefatti, ma non capiamo perché). Questo secondo ciclo si conclude riunendosi concettualmente alle indagini nel tempo presente: il trait d'union è la famiglia di Sada, gli Anakris, cui Aristotele fece/farà da precettore alla figlia (e si bombò/bomberà lei e la madre). La tenuta di costoro, oggi, appartiene alla ditta del #372: cosa significa?


NN #376: Un luogo felice (Garagiola/Palomba)

Giacenza dei defunti AA, nel tipico stile di quello spin-off pensato per un pubblico giovanile, che però è sempre stato interessato ad altre cose. Quindi ecco la chiave psicofantasy per spiegare la misofobia e il senso di colpa, con i mostri dell'Id tentacolari, il virus letale, la morta in sogno d'amore, eccetera. Nathan, ovviamente, è contagiato in prima persona e nei suoi ricordi c'è la morte di Andy del #199, mentre Branko è "richiamato da Tropical City". Vabbè. L'artista lascia la serie con una prova leggermente inferiore ai suoi standard: qualche imprecisione, qua e là. Lo sceneggiatore, invece, tornerà? Non avrebbe senso che lo facesse.


NN #377: Il mistero di Elania Elmore (Vigna/Bonazzi)

L'albo della svolta. Siamo a metà "stagione"? Giungono al pettine diversi nodi del Nuovo Ordine Vignano, dai #313/315 ai #354/355 e #356/357, principalmente, ma si tirano in ballo anche le trilogie skotosiane. Forbes convoca Darver e gli comunica il trasferimento nella fascia asteroidale. La nuova Presidente del Consiglio di Sicurezza, Kaide Kyomi, in accordo col NWO, promuove Janine Spengler a Primo Consigliere della Presidente. Che carriera, la timida Janine! Beh, mica tanto: scopriamo che è sempre stata un'infiltrata del NWO fin dagli inizi della serie! Una rivelazione un po' tonitruante, diciamo poco credibile se consideriamo gli albi effettivamente pubblicati, ma Vigna ci ha spiegato più volte che non dobbiamo considerarli, quante volte ce lo deve ripetere? che, siamo storditi? Eppure, se li consideriamo, il Maxi #11 assume un nuovo significato, mentre finora era apparso come una stramberia. In parallelo a questo, giunge a compimento la telenovela di Elania, un po' troppo bruscamente: solamente nel #375 questa appariva ricattata dai Pretoriani, che avevano rapito Matthew (che infatti nessuno riesce a rintracciare), ma da questo allo sclero azzardato di questo numero ce ne passa. Ma ormai era un personaggio ingombrante, Elania, buona soltanto per giustificare le giacenze. Questo significa che, ora che ce la siamo tolta di mezzo, le giacenze sono da considerarsi esaurite? Speriamo. Eh sì, Elania prova ad eliminare Nathan, ma Janine la fa secca. Ed abbiamo, così, almeno nelle intenzioni di Vigna, il nuovo "starting point", che va a rimpiazzare Laura e Ann nel senso di colpa sprone dell'eroe: Nathan e Janine, forti anche delle nuove posizioni di potere raggiunte, si coprono a vicenda e addirittura nascondono il cadavere di Elania nella tomba di Laura (che si trova nella collocazione vignana, non in quella classica serriana). In realtà, è più Janine a coprire Nathan, dato che poi spiffera tutto ai suoi capi, mentre Nathan sembra fidarsi di lei come si era fidato - fino all'ultimo istante - di Elania. A dispetto di ciò, è comunque un Nathan "carico", come già intravisto in recenti storie, molto asciutto, pragmatico e risoluto nelle sue decisioni, ma al contempo comprensivo e non autoritario con i colleghi. Al punto da pretendere da Forbes e soci, come contropartita per l'accettazione dell'incarico di nuovo Direttore dell'Agenzia Alfa, la nomina di Legs e Sigmund come Condirettori, in un Triumvirato esecutivo a tutti gli effetti. Una mossa interessante, anche se ci chiediamo se le ambiguità passate del polacco siano da tenere conto oppure no. E quindi è finita la serie? No, perché naturalmente Nathan tiene i segreti tutti per sé, e le indagini su Elania e Matthew sono aperte. E poi perché, mentre accade tutto questo, l'Alfa - con un Mendoza in primo piano - trova il tempo di sfruttare i dossier di Skotos recuperati nelle trilogie per creare un'arma capace di bloccare i Tecnodroidi, e poi di trovare quello che pare essere il rifugio di Neos, che non vediamo dal #149. Tant'è, guarda un po', proprio in quel momento appare un Tecnodroide da un varco tipo "Stargate" o "Babilonia di Vietti": solo un teaser tematico per il team up con la JSA USA? Bepi Vigna lo SA. E chi si nascondeva nel rifugio? Il nuovo corso ha inizio.


Nathan Never/Justice League: Doppio Universo (Medda+Vigna-Barone/Giardo/ col. C.Cerchi,V.Chiabotti,M.De Biase)

Team-up con gli eroi DC: Andreotti, Cossiga, De Mita, Pomicino. Ah no, quello è il "campo largo". Fumetto appartenente all'operazione di marketing che coinvolge anche Dylan Dog e Zagor. Proprio quei due personaggi avevano interagito con Batman e Flash, ma entrambi compaiono anche qui. Come ovviare alle ripetizioni? Flash viene tenuto sostanzialmente da parte con un escamotage tecnico, mentre Batman, pure ssendo co-protagonista a tutti gli effetti, si limita a fare il supervisore (in sostanza, parla e basta). Nonostante la pubblicazione in volume, la storia è strutturata in sei capitoli, che corrispondono agli eventuali albi spillati statunitensi da rilasciare in loco. Al primo capitolo sono accreditati anche i due sardi superstiti: stando a Barone, l'episodio l'avrebbero scritto loro, e lui vi avrebbe soltanto apposto i dialoghi. Non solo: lo stesso Barone - in questo momento ancora prodigo di retroscena - ci fa sapere che l'apparizione del Tecnodroide nel #377, che noi stolidamente considerammo un teaser di questa avventura, è stato invece realizzato a posteriori, e non c'azzecca nulla (però, va detto che con Vigna non si può mai sapere). Del resto, in questo team-up, a capo dell'Alfa c'è ancora Elania, senza alcuna parvenza di ambiguità. Tuttavia. Nello stesso "non teaser" nel #377 citato poc'anzi, i nostri eroi sfoderavano una nuova arma antiTecnodroidi... che sembrerebbe proprio quella che sfoderano pure in quest'altra occasione... sebbene abbia un nome differente. Certo che la redazione di NN è veramente un paradosso universale. Ciò detto, l'apporto di Vigna e Medda appare comunque inintellegibile, e davvero anche solamente il prologo non sembra roba loro; il seguito è invece con tutta evidenza farina di Barone, non solo perché non ha mancato di farcelo sapere lui medesimo, ma perché lo stile è puramente supereroistico, e certamente non bonelliano. Dicevamo del primo capitolo, che è inevitabilmente preparativo: l'Agenzia Alfa monitora la stringa spazio-temporale di Sheckley (#100)... così, giusto per monitorare qualcosa; frattanto, in un futuro generico, i leader dei Tecnodroidi Selena e Uranus (lei era l'antagonista della famosa saga di Serra, l'altro è una new entry, o forse no, ma non importa) utilizzano l'aggeggio con cui viaggiavano nel tempo nei gloriosi NN Giganti - e che ora non può più viaggiare nel tempo - per spiare gli universi paralleli (ma qual è la differenza, ormai? Infatti poi vanno nel passato tranquillamente). Nell'universo DC c'è Cyborg, che - nomen omen - di fatto è un protoTecnodroide, e quindi può essere infettato dai nanoidi. Detto-fatto, l'azione torna su Terra-SBE-NN, dove c'è stata una grande morìa delle va..balene (#31) e dei CentoZampe (# albi vari). Nel secondo capitolo, L'attacco dei Tecnodroidi, il titolo è una prefigurazione degli eventi: durante la prima videochiamata tra Batman e Nathan, i Tecnodroidi assaltano il palazzo dell'Agenzia Alfa in stile zombies rampicanti. Ma ecco l'apparizione mariana di Superman. Ne La macchina dell'irrealtà (capitolo tre), Nathan trasecola e più volte insiste sul deismo di Superman, almeno finché non arrivano tutti gli altri (Batman, Wonder Woman, Aquaman e Lanterna Verde, mentre Flash resta a casa a tenere attivo il tapis roulant quantico) e lo stesso Superman non si sente subito male: guarda caso, la faglia spaziotemporale emette la stessa radiazione della kryptonite. Sulla scena irrompe Legs, nell'immancabile paginetta in cui paragona l'Atlantide mysterian-neveriana a quella Democratico-Cristiana: e non dite che non l'avevate sempre voluto leggere e non avevate mai osato chiederlo (e quindi questa roba è da mettere pure nella collezione di MM). Questo, infatti, è il capitolo in cui l'autore può sfogare tutti gli istinti repressi ai tempi in cui veniva bullizzato. E quindi Sigmund non balbetta davanti a Batman ("perché Batman è spaventoso", ci dice l'autore sul forum, ma nel fumetto non si capisce), e Legs lo fa notare a tutti a più riprese; e naturalmente Legs è infoiata di Wonder Woman, e ciò viene "approfondito" nei capitoli successivi e vorrebbe essere il preludio ad un team-up a sé stante; infine, Batman non può non capire la malinconia e i sensi di colpa di Nathan. Per contrappasso, a queste riflessioni di ben quattro-cinque pagine, seguono le spettacolari sparatorie collettive nella base Tecnodroide del futuro, caratterizzate dalle irrefrenabili battutine di Legs. Finisce che Nathan si immola, ma zac!, nella prima tavola del capitolo quattro Superman lo ha già salvato. Il varco verso il futuro è chiuso, ma se ne sono aperti due nei rispettivi presenti, pertanto il povero deus ex machinae di Krypton sta di nuovo male. Non solo: Flash ha il suo momento di gloria, dove viene sconfitto a casa sua, mentre i Tecnodroidi re-invadono - di nuovo - il mondo di NN. A questo punto, tre membri della JSA sono fuori giuoco (Superman per la radiazione, Flash bloccato a casa sua e Lanterna Verde con l'anello scarico), mentre i Tecnodroidi si sono potenziati con i superpoteri degli americani. E quindi ci sono le Tecnobalene e le Tecnoamazzoni sui CentoZampe mutati. Per correre ai ripari, vengono convocati nientemeno che Branko e May Frayn, e scopriamo che le piattaforme per mezzi volanti dell'Alfa sono anche armate di potenti mitragliatrici. Siamo nel capitolo cinque (Battaglia all'Alfa Building, in inglese) e i due gruppi possono partire: Legs e Diana vanno nel Territorio a combattere le Tecnoamazzoni, mentre Branko e May accompagnano Aquaman in mare a fargli ammaestrare le balene mutanti. Intanto, al Palazzo Alfa interviene pure Link. L'appassionato tentativo dell'autore di dare un senso ai personaggi neveriani dell'era Vietti è apprezzabile, benché, di fatto, i risultati siano quasi più umoristici che epici (cioè, dai, "arrivano Branko e May"; e Link non se lo filano da anni; vabbè). I Tecnodroidi si fondono in tre Tecnodroidi Giganti, ma per fortuna gli agenti Alfa di contorno riescono a chiudere le altre anomalie/radiazioni e a permettere il ritorno in forze di Superman. Ne L'essenza di un eroe (capitolo sei), uno sprezzante Batman sfotte SuperSelena finché Superman e Atom (scopriamo che c'è anche lui, e ha usato i dati di Sigmund, così ognuno ha avuto il suo ruolo) non riescono a liberare Cyborg e a disattivare i nanoidi. A Selena - l'autore poi ci dirà che non è la Selena dei NN Giganti, ma quella dei NN mensili - non resta che tornare nel suo futuro a morire tristemente, ma solo perché Nathan ha impedito a Batman di eliminarla (confronto tra due modi di intendere la giustizia *blink* *blink*). Nella fulminea conclusione, strette di mani e abbracci, prima che gli ospiti prestigiosi tornino a casa loro, ché la prossima commercialata li aspetta. Barone si è senz'altro gasato molto a scrivere la sua fanfiction ufficiale. Noi l'abbiamo letta sorridendo soltanto perché la DC non la votiamo manco se ci pagano (anche se siamo rassegnati a ritrovarcela tra i piedi in ogni caso), e l'abbiamo presa per una scampagnata domenicale. Arte e colori dignitosi. Certo, poi abbiamo visto la copertina variant di Carnevale... Il fumetto è stato ristampato in due provvidenziali albi da edicola nel tardo 2024, in parallelo al cross-over metanarrativo NN & MM.


NN #378: Il Pianeta delle Nebbie (Vigna/Bertolini)

Episodio trekker che introduce, finalmente in modo esplicito e definitivo, i motori a curvatura e il nuovo status quo interplanetario, nel quale Terra e Marte si contendono la colonizzazione di nuovi pianeti. La Terra è in vantaggio, o almeno così sembra fino al twist che conclude l'albo. Come annunciato nel #377, Darver è ora al comando della Base dei Fanti Spaziali, che però è ora adibita alla progettazione dei motori, mentre i cadetti saranno trasferiti (è un pezzo di passato che se ne va). Nathan è scelto proprio da Darver in virtù del #131, che dunque scopriamo essere canonico (come prevedibile, visti gli autori). Tutto sommato, è un fumetto banale, con le solite cose tipo le allucinazioni dei vecchi nemici (c'è pure Than) e il virus, che rimane lettera aperta; a renderlo interessante è l'approccio trekkiano, con un insistere pedante su tecnicismi e razionalismi e compartimentismi e repressione di sentimentalismi: sembra proprio un episodio di Star Trek vecchia maniera. Un approccio che ancora fatichiamo a subìre e metabolizzare, ma l'autore la buona volontà ce la mette, perché noi dovremmo essere da meno? Non è che a noi i "mitici primi cento numeri" entusiasmino proprio tutti, e questo potrebbe essere benissimo uno di quelli che ci entusiasmano meno, ma comunque degno di appartenere a quella golden age.


Nathan Never/ASI: Missione Asteroidi (Vigna/Giardo/ col. R.Denti)

Terzo volume per l'Agenzia Spaziale Italiana, dedicato alla Missione LICIACube. Vigna si conferma un ottimo promoter, e la tradizione delle promozioni bonelliane è pienamente rispettata, nella dolce conclusione con la quale si attribuisce alla Missione un'importanza futura che i tempi attuali non possono soddisfare. Una nota di quel romanticismo da vecchia scuola sci-fi, di cui Vigna si fa testardamente portavoce. Certo, per arrivare a questo occorre prima riempire quella quarantina di pagine, e il modo più semplice per farlo è imbastire il solito "giallo" scontatello. Tuttavia, l'autore è sempre bravo a creare finti depistaggi (i suoi immancabili pretoriani marziani stavolta sono gli alleati!) e a dare una veloce caratterizzazione ai personaggi. Oltre ai camei di Link e Jerry Lone (questo secondo determinante grazie al suo shuttle coi nuovi motori a curvatura), è da notare come l'episodio sembri collocarsi esattamente nel momento della prima pubblicazione, tra il #377 (Elania già non c'è più e il triumvirato è operativo) e il #378 (le nuove frontiere spaziali non sono ancora aperte). Simpatica la breve gita a Nova Roma. Non è molto chiaro se l'idea di elogiare le capacità scientifiche ed imprenditoriali dei nostri tempi, dimostrando come nel futuro i privati potranno tranquillamente approfittarsene, sia una controproducente goffaggine o una studiata ammonizione da scrittore di letteratura d'anticipazione. Ristampato nel Magazine 2024.


NN #379: Presenze (Vigna/Bertolini)

Conclusa la missione del #378, Nathan è ancora nella Base dei Fanti Spaziali, e Darver ne approfitta per appioppargli un'altra grana. Stavolta la declinazione della fantascienza stellare è quella classica dell'esistenzialismo mistico: dopo il virus, a generare le visioni ai protagonisti, stavolta, non può che essere una creatura aliena; aliena nel senso letterale, cioè "diversa", inintellegibile, e infatti assomiglia ad un cervello. Le allucinazioni di Nathan sono, naturalmente, Laura e Ann, con l'aggiunta dei genitori e persino del cane dei tempi dell'infanzia. E il senso di colpa di Elania? Dai, non paragoniamo le relazioni, per favore. Gli autori sono gli stessi del numero precedente, ma stavolta il soggetto è ancora più visto e stravisto. Però la lettura non è noiosa, anzi: com'è possibile? Questo è Vigna: o ha idee interessanti, ma non sa come esporle, o non ha idee, ma le espone con efficacia. Il fatto che i "doppioni" dei cari di Nathan restino "in vita" sull'astronave è da tenere in considerazione? L'albo ha goduto di una copertina variant realizzata da un'IA. 


Nathan Never Special #33: Le Stagioni del Dolore (Rigamonti/M.Rossi,Boccanfuso,Vicari,Zoni)

Fumetto "speciale" in quanto costituito da quattro storie brevi, una per stagione. Primavera, disegnata col simpatico stile retrò di Rossi, è la migliore, nonostante le sue forzature: davvero Nathan ha provato una flebile soddisfazione nel ferire lo psicopatico e condannarlo a morte? Mah; secondo noi, no; ma almeno è un tema su cui si può dibattere. Estate è la solita minestra coi figli di papà torturatori di poveracci, e i barboni dei bassifondi con una dignità; e ci sono pure Branko e May "in trasferta", sigh; arte accettabile. In Autunno, l'artista prova a sorprenderci con una discreta imitazione di De Angelis (ma cede prima della fine), per una storiella dignitosa, in cui la boutade di Legs sul cane robotico si rivela la triste realtà dei fatti; e poi piove, quindi va bene. Inverno, infine, propone il solito hacker vendicativo che baipassa i fairuoll e prende il controllo dei robot; per sua fortuna, è anche l'episodio che chiude la cornice narrativa del clochard Artie - che Nathan aveva, ligio al dovere, sfrattato in Estate - e che ora muore di freddo: per nostra sfortuna, è l'occasione per riproporci il Nathan depressone che teoricamente avremmo archiviato da qualche anno. 


NN #380: In un mondo perfetto (Medda/De Angelis,Denna)

Ritorna il Medda più ispirato, in un riempitivo/remake (del #100) che sembra avere qualcosa in più di altri. Innanzitutto, i retroscena: le tavole da 11 a 20 sono di De Angelis, e risalgono addirittura al 2008, e dovevano introdurre alla prima versione della saga Intrigo Internazionale. Medda ha raccontato tutta la storia sul blog: di come l'artista sia poi stato cooptato da altri lavori (Caravan e Tex, che non lo molla più), di come la saga sia poi stata riconcepita daccapo e pubblicata nella versione che abbiamo letto, di come il soggetto originario dell'albo sia andato perduto e dimenticato dall'autore. E poi abbiamo il finale. Che il Nathan detective privato fosse un Nathan alternativo era ovvio, così come, ad un certo punto, l'idea che lo scrittore-scienziato Brown non fosse un ciarlatano non appariva così peregrina. Rimaneva un dubbio: l'intero albo sarebbe stato un divertissement o avremmo avuto un collegamento con il Nathan "ufficiale"? Le ultime 3-4 pagine, così d'impatto e salaci, lasciano a noi la decisione. Per quanto ci riguarda, è evidente che Vigna non approverà mai questa trovata, per cui noi andiamo dritti sulla "novellizzazione". Però, insomma, non sarebbe una svolta malvagia. (E uno spin-off? Beh, non corriamo troppo, adesso). Testi fluidi e capaci, solidi e plastici; arti idem; cover pure.


NN #381: Storia di Aurore (Ostini/Corbetta)

Arte che spazia dall'essenzialismo asettico e funzionale al virtuosismo psichedelico, per un episodio della vecchia continuità (che nella nuova è un fumetto), con tanto di Branko e Betty (e una Tecnopate, con reinvio ad albi vecchi), ma con un Nathan Direttore che si fa scappare la ragazzina affidata in tutela. Mah. Storia ruffiana e moralesiana, colma di citazioni poetiche e teatrali che accompagnano il dramma della progerica nell'ovviamente lirico finale. Ma insomma, la "mamma" di Nathan. E tutto il cast che si presta al teatrino (tipo Olivia con Legs). Boh. Magari, anni fa, lo avremmo tollerato. Naturalmente, la poverina, una volta adulta, è lesbica. Apprezzabile la collocazione indonesiana (o indocinese?) degli hacker, effettivamente il web brulica di siti strani in tamil e affini.


NN #382: La Vendicatrice (Medda/Bergamo)

Giacenza rimaneggiata, con riattata cornicetta in cui Branko è "di passaggio" nella Città Est, mentre l'episodio portante è ambientato "4 anni prima" (c'è Elania). Per fortuna, è comunque una storia di Medda, e dunque di godibile lettura, ma qualcosa nel soggetto non convince: perché la tizia, ex vittima di soprusi ora guerriera sociale, rapisce le altre vittime, che vorrebbe vendicare? Magari basterebbe rileggere l'albo con attenzione per chiarirsi le idee, ma, onestamente, non se ne ha tutta questa voglia. Un altro finale ambiguo: Nathan ha lasciato andare la giustiziera deliberatamente o ha solo fatto lo gnorri? In entrambi i casi, la cosa non è proprio coerente con il background dato al personaggio negli ultimi anni. Arte estroversa e capace, adatta ai contenuti rappresentati.


NN #383: Ai confini della Galassia (Vigna/Bertolini)

Episodio del nuovo filone stellare-trekkiano, in cui Nathan esplora pianeti sconosciuti un po' con l'azione, un po' col pragmatismo, un po' con la filosofia. Il fatto che si utilizzino i motori a curvatura, e che i viaggi spaziali siano dunque diventati veloci, fa digerire meglio questa onnipresenza ubiqua del Direttore dell'Agenzia Alfa, che ormai praticamente ghe pensa tüto lü. Oppure possiamo interpretare queste storie un pelo più space opera come i fumetti della serie cospirazionista? Mmmmno, Vigna sembra prendere questi albi molto sul serio. Lo scopriamo, in particolare, proprio nelle due semiposticce tavole conclusive, in cui, improvvisamente, si scopre che nel sottosuolo del pianeta giacciono imponenti edifici ancestrali, tanto che Darver ci lascia con il teaser della saga del "Pianeta dei Giganti" *blink* *blink*. Ed è questo a salvare l'albo, che per il resto si era rivelato un soporifero remake delle vecchie storie coi Centozampe marziani (qui vermoni del pianeta Clavius) (sì, ci sono anche i dinosauri, ma non sono rilevanti). Arte di buon livello, copertina tristemente coattata dalla redazione per i suoi capricci editoriali.


NN #384/385/386: Il Cuore di Sada/Cicatrici dell'Anima/La Vendetta di Skotos (Vigna/Bertolini)

E si conclude (finalmente?) l'esperimento della doppia trilogia concatenata con avvitamento. Negli episodi al tempo corrente, accade una marea di roba. Come corollario del ritorno di July Frayn, c'è un assurdo riesumarsi della telenovela Branko/May, che arrivano addirittura a separarsi di fronte all'avvocato Olling: ora solo lui resta a Tropical City; a che servirà? C'è Nathan che sembra quasi già soffrire il suo nuovo ruolo e che sembra lasciarsi ossessionare volontariamente dall'affare Skotos per non dover pensare alla questione Elania. Nella "quinta stagione" avemmo un tentativo di Dark Nathan, che però scivolò presto nella depressione clinica; magari stavolta le cose andranno diversamente? Ci sono ovviamente Legs e Sigmund che ne hanno le tasche piene di queste trame vecchie, e che nascondono all'amico le rivelazioni del #337. Rivelazioni la cui utilità è ancora sfuggente, ma quelle proposte qui potrebbero servire a chiarirle, prima o poi. Già, perché seguendo anche i fuggiaschi Kal e Sada scopriamo che è ancora fra noi un clone di Skotos, ibernato nelle segrete della base nel vulcano spento. Ma, un momento! E se il clone fosse stato quello ammazzato nel #149? Nessuno si pone questa domanda, il ché potrebbe voler dire qualcosa, ma aiuterebbe a spiegare l'improvviso sclero del personaggio, lacuna che nemmeno la miniserie apposita riesce a colmare. C'è naturalmente spazio anche per il proceduralume con Bisiach, che sembra giungere a conclusione (almeno questo), ma quel che sembra premere a Vigna è aggiungere altri punti fissi al suo puzzle mentale: ad esempio, veniamo a sapere che Nathan possiede entrambi gli appartamenti (quello storico, ricostruito paro paro, e quello della silver age), un ulteriore tentativo di scusarsi per un paio di errori di svariati albi fa. Viene anche ufficializzato il nuovo status dell'ex base spaziale di Skotos, ora porto franco a giurisdizione collegiale ed internazionale. E noi apprezziamo anche il candore con cui l'autore infila in bocca ai protagonisti dialoghi di pura e semplice burocrazia finanziaria. Ah sì, oltre che a Tropical City, ora c'è la nuova sede della Città Ovest (a capo c'è Olsen). La storyline principale della storia, tuttavia, sembra essere quella legata alla procuratrice Angelina Terengo, improvvisamente divenuta importante: anche lei, stuprata da Skotos in gioventù, ha partorito un aborto di tecnodroide, morto fuori scena. Cosa dovrebbe suggerirci questa novità? Che potrebbero essercene altri? Per gli amanti dei tecnicismi, Vigna riprende una sequenza del #20, altro albo che dunque può dirsi parzialmente salvo.

Skotos - Il Potere e la Vendetta (Vigna/Toffanetti,Bastianoni D.)

La terza miniserie del passato di Aristotele Skotos ci porta, gradualmente, a ricongiungersi al tempo corrente. Gradualmente soprattutto nelle prime due puntate, quando il focus è puntato su Sada, in un turbine di sesso e politica: nella prima puntata la vediamo pure minorenne, tutta ignuda e arrapata pure quando fa ammazzare i genitori; non poco, per un albo Bonelli del 2023. La terza puntata ci ricorda che tutto questo progettone fu concepito come miniserie a sé stante, con albi di lunghezza standard: mentre qui Vigna deve improvvisamente tirare tutti i fili in neanche cinquanta paginette, e infatti la conclusione è una carrellata forse troppo veloce. Peraltro, già la seconda puntata aveva abbozzato un incrocio con gli esordi della serie dalle tempistiche un po' discutibili; d'altro canto, aggrapparsi ancora alle date, a questo punto, è davvero da autolesionisti. L'Almanacco del 1996 viene di nuovo riscritto, e si rivede ancora l'omicidio del #149: viste le rivelazioni della storia complementare, può considerarsi un indizio? Apprezzabile l'incrocio con il #385bis, forse più rilevante di quanto possa sembrare.


NN #385bis: La Cospirazione (Vigna/Bonazzi)

Episodio "regular" presentato come un di più. Di più: è un tie-in della trilogia finale di Skotos. Dalla trilogia dei #313/315, invece, si riprende, finalmente, il complotto dei nostri contemporanei sopravvissuti fino ai tempi in cui è ambientata la serie. Un tema non nuovo: lo avevamo già visto con Serra prima e con Vietti poi, ma che nel reboot di Vigna sembra destinato a diventare, finalmente, rilevante. Dove sono finiti cinque sui sei risvegliati dalla tricentenaria ibernazione? Cosa nascondono la Kriotech e l'Iber Corporation? Perché la Procuratrice Mason fa insabbiare il caso? Le risposte non sembrano particolarmente ardue da individuare, ma l'albo fa di tutto per non darne nemmeno una, anche facendo fare brutte figure a Nathan e consoci, e arrivando già a mettere in discussione il nuovo status quo del triumvirato, con le minacce di inchiesta da parte della Procura. Speriamo non si cambi di nuovo. Non subito, almeno. L'obiettivo è giungere all'ultima vignetta, in cui viene ufficialmente aperta una nuova sottotrama. La parentesi del bar con la puttana-octopus(sy) ci ricorda piacevolmente di stare leggendo un fumetto di fantascienza. Vigna, non pago, sfotte il lettore, dando a Nathan il look della sua versione del #380.


NN #387: Il Branco (Medda/Raho)

Riempitivo di pura azione, ispirato ad una buffa stampa seicentesca. Nulla di che, c'è pure un refuso storico, ma comunque si fa leggere. I cani robotici li avevamo già visti, ma non così. Beffarda satira della caccia. Arte non brillante, ma solida. Come i testi.


NN #388/389: L'Esule di Olympus/La Dea della Guerra (Medda/Pianta,Bertolini,Denna+De Biase)

Seguito del #367, è più che altro un ennesimo episodio del "Meddaverso", un mondo con una sua coerenza, ma in cui il protagonista di turno (Nathan,Dylan,Lukas) non è mai poi rilevante. Questa volta l'autore vuole inscenare il passaggio da una Repubblica destrorsa a una Dittatura, e sceglie di farlo nel Weimland, la Germania neveriana. Immigrazione gestita con regole ferree e strategia della tensione sono rappresentati con realismo certosino, lasciando ben poco alla sci-fi. Il finale, immancabilmente, non è del tutto amaro (il golpe viene bloccato), sennò tanto valeva spararci. La presenza degli Déi (che scopriamo provenire da un'altra dimensione), e in particolare di quella che farebbe le veci di Diana, vuole forse suggerire come il film di Wonder Woman avrebbe potuto essere più efficace. Arte di buon livello in entrambi gli albi; nel primo, per motivi ignoti, Bertolini disegna una sequenza di azione, non proprio il suo forte. La prima copertina è bruttina; la seconda fa parte dell'operazione-omaggio texiano.


NN #390: Orrore al New Path Lab (Rigamonti/Boccanfuso)

Bieco riempitivo nello stile dei peggiori riempitivi degli anni 1990. Sparatutto contro i mostri, lo scienziato pazzo che vuole sterminare l'umanità con l'antivirus mutato. Arte industriale. Sigh.


NN #391: ...La Terra Si Frantuma! (Parmitano-Serra/Giardo)

Versione da edicola del volume rilasciato un paio di mesi prima. "Da un'idea di Luca Parmitano", è un omaggio meta what if in continuità, con una simbiosi quasi ideale tra l'astronauta vip e lo sceneggiatore "in pensione". Serra all'ennesima potenza, ma senza quei velocismi e giovanilismi che avevano reso le sue ultime prove più futili del dovuto. Un autore che insiste nel rimanere lucido e maturo, nonostante sia del tutto un pesce fuor d'acqua in un mondo di cui non gradisce quasi nulla, e pertanto la figura di un Nathan sbalzato fuori dal suo tempo, che però è il nostro, gli appare quanto mai congeniale: di certo più di quanto siano stati Mac, Omega e Legs. La cosa più divertente, quasi entusiasmante, dell'albo è l'intreccio con i recenti eventi realmente accaduti: cioè tutte le varie missioni Esa/Nasa, ritardi compresi; dietro a tutto ciò, siamo spinti a fantasticare, si nascondono i "magici" eventi di questo fumetto. Appare adeguata pure la volontà di chiudere una volta per tutte la questione della Grande Catastrofe del 2024; "punto fermo" della continuità neveriana in realtà già risolto dal Generazioni di MM, e qui ripreso con una chiave più sensazionalistica; eppure, da un'ottica "meta", è stato davvero liberatorio dedicarvi un albo di questo tipo, con uno sponsor simile e mandato in edicola proprio nella data più opportuna. MM, peraltro, è comunque presente grazie all'Alcaister del 2° team-up, e alla teoria per cui il mondo neveriano è il parto dell'immaginazione dei defunti di Altrove: a sorpresa, Nathan ricorda benissimo questo dato e lo snocciola con nonchalance davanti al prestigioso ospite. L'effetto cortocircuito è impagabile. Non solo: la mente di Nathan è riversata in un robot, ma nel passato, in un omaggio contrario al primo team up. Puramente serriana, invece, la lunga sequenza in cui Nathan "esplora" questo schifo di mondo... rifugiandosi in libreria e facendoci l'elenco dei libri preferiti. La conclusione, inevitabilmente, sposta l'asticella dalla fantascienza al quasi fantasy, ma è anche tipica della produzione di Serra. Insomma, un episodio con lo spirito di Get a Life!, divertito e quindi simpatico, contorto nell'intreccio e molto semplice nell'esposizione, adeguatamente illustrato. Con una seconda puntata, in cui approfondire vari aspetti sottesi (l'estraneità di Nathan con i nostri tempi, il confronto filosofico con Parmitano - è vero che si erano già incontrati -, la "vita da robot" del nostro eroe, ecc.) sarebbe stato realmente imperdibile; anche così è comunque il migliore degli albi promozionali.   


Nathan Never Special #34: Giochi di Potere (Medda/Zoni+Corbetta)

Terzo episodio del filone di Olympus (#367,#388/389), presentato come conclusivo. Non conclude nulla, anzi: si dedica più a proseguire l'analisi geopolitica africana dei #343/344 (l'inizio dell'Intrigo Internazionale). E quindi queste storie sono in continuità o sono novellizzazioni? Ancora stiamo a chiedercelo? Che volete, l'autore fa l'autore, il lettore rifà il letto. Certamente si ha l'impressione che Medda abbia tenuto conto dello status quo vignano, dato che Nathan Legs e Sigmund spadroneggiano, ma una cosa è indubitamente cambiata: se ai tempi della saga di cui sopra eravamo quasi entusiasti di seguire queste vicende politichesi, ora, beh, anche basta. Pausa. Tie Break. Il mondo è davvero nauseante, non lo vogliamo rivedere pure qua. Non adesso. Quanto a questa cosa degli Dei, s'è capito che c'è un valore semisimbolico dietro, ma finora è stata messa a fuoco solo Athi/"Guerra". Comunque nulla di troppo originale. Arte di buon livello, adeguata agli argomenti trattati. Corbetta dà una mano alle matite, va' a capire dove esattamente.


I Canti di Gadalas (Vigna+Toffanetti)

Volumetto stampato in 500 copie da Astragalo Edizioni. Le poesie visualizzate di Joe Vengeance. Non l'abbiamo. Uscito troppo tardi, diciamo.


NN #392: Il Segreto dell'Universo (Vigna/Bertolini)

Quarto episodio di "Nathan Trek", decisamente il migliore fino a questo punto. Lo abbiamo già detto: l'idea alla base del filone è buona, e della discrasia con la continuità (Nathan è il Direttore dell'Agenzia più importante al mondo e sparisce per settimane) non ce ne importa nulla, tutta la storia dell'olonomismo e del metafumetto serve proprio a giustificare queste cose; il problema è che queste prime quattro storie sono state molto piatte e riferite ad un immaginario veramente trito. Dopodiché Sunshine mi era piaciuto molto, e qui ne ho avvertito degli echi, con un pizzico di Punto di non ritorno (oltre a Solaris, certamente), e mi accontento di questo. E non è certo da questionare il prendere film e romanzi - arcinoti - e rifarli col personaggio bonelliano, è una tradizione ultradecennale. Ma francamente, qui Nathan c'è? In queste storie non si pone mai grandi problemi, come dovrebbe essere nelle sue peculiarità. La scena migliore dell'albo, guarda caso, è la carrellata di ricordi da cui Nathan è investito; ma è breve e poco determinante nel dialogo filosofico e teologico che viene proposto successivamente. Abbiamo detto che la continuità non è più così rilevante, ma allora non ha senso che Nathan affronti queste missioni "là dove nessuno, o quasi, è mai giunto prima" con lo stesso piglio con cui fa il Direttore serio e compìto. E sciogliti un attimo, figlio mio. Boh. Ogni tanto Vigna è una creatura inintellegibile, si ha l'impressione che non dica tutto quello che ha in testa, e che dia per scontati dei retroscena o dei significati, oppure che abbia preso troppo sul serio l'idea che il lettore debba giocare con l'immaginazione, come se fosse quest'ultimo a doversi inventare la storia. Una volta va bene, due anche, ma se tutti gli episodi di questa "serie nella serie" sono così... mmmh. Arte valida.


NN #393: I mutati degli abissi (Vigna/Bonazzi)

Albo di continuità, con Nathan e Janine trombamici di nascosto, e il ritorno ad una semi-coralità, nel senso che Mendoza e persino Link hanno un piccolo ruolo, e c'è un maldestro tentativo di rendere operativi Steven Ross e Vera (#356/357), ma poi non vediamo la loro missione. In compenso finalmente vediamo all'opera il triumvirato direttivo (che agisce come agiva quando aveva un capo a cui rispondere). Ma soprattutto l'episodio è il finto seguito ma vero remake del #51, i cui eventi portanti sono menzionati, ma diversi dettagli sono differenti; e c'è un grossolano errore sul dottore mostrato morto nella vignetta ricalcata dall'originale, ma di cui viene ordinata la ricerca. Compaiono comunque quasi tutti i personaggi di quel vecchissimo albo, che, aggiunti al cast attuale, danno l'impressione di aver assistito a qualcosa degno di essere mandato a memoria, nonostante l'intreccio non proprio irresistibile. E in effetti, le intenzioni dell'autore erano quelle: ma poi qualcosa è andato storto, e questo improvvido non-ritorno degli Atlantidei (nel #51 appiccicati da Serra a un riempitivo di un gregario), che a quanto pare non se ne sono mai andati perché assistiamo al reboot della loro prima apparizione, appare una fastidiosa incongruenza, un glitch nella cucitura olonomica che Vigna sta pazientemente tessendo da anni. Non solo: questi Atlantidei millantano una natura oceanica e sembrano ignorare la mitologia mysteriana. Non solo: costoro si permettono di riepilogare la Storia Segreta del Mondo pre umana, anticipando la propria genesi. E quindi chi ha ragione? Loro o gli Elohym di Missione Giove? Sembra davvero assurdo pensare che Vigna si sia incartato con tanta facilità. Certo, era già accaduto con la datazione di Giove e la duplice casa di Nathan, ma anche in quel caso era parso più lecito pensare a rimaneggiamenti post imposizioni redazionali. Che dire: aggrappiamoci a quel paio di allusioni in Missione Giove e nell'ultimo Asteroide Argo e speriamo che ci sia un disegno dietro a tutto ciò. Per il resto, chi vivrà vedrà; e se pure non lo vedessimo, pazienza. Decisamente più congruente è invece l'inserimento di Mister Alfa - versione Vigna - più che altro perché viene suggerita la sua influenza sulla Presidente Kyomi. In effetti, sono entrambi asiatoidi, e noi siamo razzisti: potevamo arrivarci prima. E anche perché, proprio alla fine, Alfa sembra ridurre di molto la portata di questa rentrée mascherona. Forse è meglio così. Arte tradizionale e classicamente gradevole. 


NN #394: L'Essenza dell'Infinito (Rigamonti/Jannì)

"The Mario Jannì Show", in un turbine di layout e grottesco (ed erotismo). Tavole di alto livello si alternano ad altre tipo Edifumetto, ma si resta comunque ammirati da questo veterano che non smette mai di sperimentare. La sceneggiatura, d'altronde, è costruita solo per provare, a raffica, stacchi e montaggi psichedelici. Il soggetto è la sinossi (l'artista pazzoide nello spazio incontra gli alieni artisti). Vabbè. Qualcosa si deve pur mandare in edicola.


NN #395/396: La Legge della Giungla/Braccati! (Eccher/Bertolini)

Riempitivo/divertissement sparatutto, voluta eccezione al duopolio Vigna-Medda. All'autore è chiesto di tirare in lungo per due mesi, sfruttando, possibilmente, il nuovo status della serie. L'idea, simpatica, è quella del simposio dei Direttori di tutte le Agenzie Private di Sicurezza della Terra, in cui qualcosa va storto e in cui Nathan può sfogarsi e farsi due conti dopo circa due anni (o quel che sono) di reggenza: è un Direttore adeguato? o si trova meglio ad agire in prima persona? Il risultato è una doppia razione di azione incessante, montaggio e layout adrenalinici, arte frenetica, e un po' di filosofia spicciola (più per i comprimari occasionali - gli altri goffi Direttori - che per Nathan). Con un po' di astuto mcguffin, come ai tempi delle vecchie eccherate, tipo che i mandanti potrebbero essere sia Skotos che i Pretoriani, ma anche chiunque altro; e un pizzico di fanservice, con la presenza (inutile, ma sensata) di Yvonne Samson della Agenzia Omega, che non vedevamo da una vita. Molte divertenti spacconate: dagli alligatori mutati giganti a Nathan "superuomo" indistruttibile, a petto nudo per cento pagine (con un fisico ipertrofico) e che a un certo punto è lì lì per diventare Zagor, fino al satellite con cannone laser dell'Agenzia Alfa (!). Dopo tante filosoferie, un'orgia ci stava. La serie era fatta anche di questo, ai bei tempi. Una volta tanto, simpatica anche la chiave interpretativa "economista" di UbCFumetti. Sigmund detta il codice informatico balbettando: si sghignazza.


Nathan Never Magazine 2024: Missione Asteroidi (Vigna/Giardo/ col. R.Denti)

Ristampa l'omonima storia realizzata con l'Agenzia Spaziale Italiana, dedicata alla Missione LICIACube. In più, oltre ai soliti, opinabili dossier transmediatici (una tradizione bonelliana, ma anche basta, dai), l'albo ospita una versione condensata (da 128 a 46 tavole) dello Speciale #5 Il Giorno Della Meteora (Serra-Beretta/Rizzato), approvata da Beretta stesso. Incredibilmente, la lettura di questo pastiche è agevole, sebbene si perda completamente il doppio senso del titolo e l'epocalità degli eventi (la distruzione della Scarlet Meteor; vabbè, poi ne hanno costruite altre; all'epoca fu un evento).


NN #397: La Soglia del Tempo (Vigna/Cascioli)

Episodio trollone, sberleffo di Vigna ai detrattori. Fumetto bruttarello, che ci riporta ai tempi in cui lo sceneggiatore si limitava ai compitini in cui copiava dei film o una puntata di un qualche telefilm e li riproponeva piattamente. L'ultima volta accadde con la Squadriglia Hawks (1° versione, del vecchio universo); ecco, il canovaccio è grossomodo quello. Gruppo eterogeneo di persone esperte in un qualche campo dello scibile, ma tutti si comportano in modo infantile e dozzinale; Nathan che fa il leader. Stavolta non c'è da dare la caccia ai mostri alieni, ma di decidere se oltrepassare un varco spaziotemporale. E' un tema assolutamente non nuovo (se non abusato), ma che qui viene riproposto come se fosse una prima volta, con una prospettiva - inedita, in questa serie a fumetti - che vorrebbe essere razional-scientifica (ma non lo è, venendo affrontata con superficialità). Quando si decide di oltrepassare la soglia, la narrazione pretende ancora di essere cupa e carica di minacce, quando in realtà non succede nulla di particolare (è morto scivolando sulle rocce, oddio; c'è un orso). E' la sorprendente conclusione, demenziale e sardonica, a rivelare la reale ispirazione dell'episodio. Esilarante. A dire il vero, l'impressione che Vigna abbia anche ricalcato un film recente c'è, ma non ricordiamo quale sia. Arte mediocre come i testi: dev'essere voluto. Poi questa roba potrebbe anche diventare l'inizio di un ennesima sottobranca del filone cospirazionista, non c'è dubbio: il divulgatore non viene ritrovato; il ruolo del prete non viene approfondito (e noi che pensavamo a qualche roba filosofica); e l'Esperimento di Filadelfia non si può certo liquidare così.


NN #397bis: Terra Selvaggia (Medda/Bergamo)

Medda recupera un po' di smalto, in questo episodio tipico della sua produzione, con i suoi modismi, le tematiche a lui care e il canovaccio base delle sue storie riempitive (i mercenari, la caccia ludica, i complotti radical chic dei ricchi annoiati, la guerra tra poveri cinici). Si ritorna nei luoghi dei lontanissimi #14/15, ma tenendo conto degli innesti del #342 e delle varie capatine di Nathan nel deserto. Dei personaggi di allora è presente solo il ragazzino, cresciuto e distaccato, mentre Nathan non fa mancare il suo ruolo di Direttore. Insomma, tutto è cambiato e la storia è autoconclusiva, nemmeno originale (vedi Almanacco Del Mystero 1997), ma svolge il suo dovere di intrattenere per quella mezz'oretta. Arte in gamba. E pensare che nel 1992 le moto di Akira e Mad Max sembravano chissà che cosa.


NN #398: La Nuova Era (Vigna/Giardo)

Finale di stagione? Aspettiamo il cross-over, ma è probabile. Episodio tuttocontinuità, con svolte narrative a tutto spiano, che spoileriamo con cattiveria: la Source resuscita Reiser, e scopriamo che costui ne è sempre stato un affiliato, ma poi si è corrotto; assistiamo al vero evento del secolo, ovvero il fugace incontro tra Reiser e Darver, che scopriamo non essere mai stati la stessa persona (ma in realtà la questione di Darver non è chiusa; e comunque gli albi di Vietti a questo punto sono proprio da buttare); subiamo la ramanzina che Forbes fa a Reiser, che gli costa nientemeno che una pistolettata... con un murchadna di MM, custodito nei sotterranei dell'Agenzia Alfa assieme ad altri reperti archeologici (è giusto, dato che MM ora si occupa solo di IA e affini); in parallelo (parallelo totale, le due linee narrative non convergono nemmeno a fine albo), assistiamo al restyling dell'Agenzia Alfa (che riguarda più che altro lo studio di Nathan) voluto dal triumvirato, con un Nathan sempre più empatico a parole e cinico nei fatti, un vero "Mister Alfa" in incognito; notiamo come tale rilancio dell'Alfa sia infastidito dalle indagini di Spade sulla morte di Elania; di conseguenza, veniamo a sapere che Nathan vuole spifferare tutto a Legs e Sigmund, e partecipiamo alla reazione di Janine in merito a questo; nell'unico punto di contatto tra le due sottotrame, assistiamo alle conseguenze della morte di Forbes: vediamo come gli unici ad esserne a conoscenza siano i tre capoccia dell'Agenzia, e notiamo come la Source avesse previsto fin dall'inizio, in caso di tale evento, il proprio immediato smantellamento; vediamo come ciò comporti l'immediata promozione (nepotistica) di Janine a Direttrice del Consiglio di Sicurezza (la Presidente resta quella in carica); infine, sudiamo freddo al controfinale in cui il Reiser "variabile impazzita cattivissima" corre a chiamare l'amica nudista Sada Skotos. Insomma, l'impressione è che il ciclo che potremmo chiamare "della Source", unico guizzo di sano divertimento in questi anni mediocri, sia giunto alla sua naturale evoluzione in qualcos'altro; non solo: che questo fosse il piano prestabilito affinché quel futuro anticipato dagli anelli Shanachies e dal #371, e al quale queste novità tendono esplicitamente, possa verificarsi. Un po' come in quei romanzi di quell'autore russo. Il timore è che, essendo quasi giunti a quel futuro, a Vigna non resti molto altro da aggiungere di concreto, e che nei prossimi anni i fili conduttori saranno le minacce estemporanee dei vecchi cattivi riesumati dall'oblio (Reiser, gli Skotos, a 'sto punto ci aspettiamo i Tecnodroidi). Un secondo timore è legato al cross-over prossimo venturo, che potrebbe già azzerare tutto. Aspettiamo, e speriamo (cosa? Non lo diciamo, è spoiler). 


NN #399: Doctor Robot (Medda/Corbetta)

Si conclude (?) la trilogia della Burrik Pharma (#353,#366). Una copertina che rappresenta una scena che non c'azzecca nulla con la storia e un titolo non proprio opportuno aprono un episodio che solo apparentemente sembra occuparsi di robot medici, ma che in realtà parla, come sempre con Medda, di persone. Nello specifico, la reale protagonista dell'albo è Erika Tanner, consumatrice di tisane e nuova Agente Alfa. Già, trent'anni dopo Andy Havilland e John Goodman, l'autore introduce un nuovo comprimario, e lo caratterizza a dovere come ai tempi d'oro: Erika è una ex tossica, ha il padre galeotto e ha ricevuto un addestramento di prim'ordine. Certo, rispetto alla vecchia gestione della testata, le cose sono cambiate ed è probabile che Erika si muoverà solo nel "meddaverso". Ma mai dire mai. Per il resto, una indagine che solo alla fine si rivela essere scontata, essendo il ritmo e la suspence tenuti sempre alti e l'autore in grado di distrarre il lettore nei momenti più opportuni. Arte abbastanza curata. L'Alfacom è sostituito dal ritorno, dopo tre decenni, del "Mondo di NN", ma la puntata - che ci illustra il nuovo Palazzo Alfa - era prevista per il #398 (dove, però, sarebbe stata spoiler).


NN #400: I Padroni Dei Sogni (Medda/Raho/ col. Rudoni+Sguanci)

Quattrocento! Complimenti, grazie, eccetera. Purtroppo l'anniversario cade tra il #398 e la saga cross-over, storie già molto "celebrative". La redazione sceglie, dunque, di festeggiare in modo diverso dai precedenti centenari: niente Vigna e niente futuri alternativi. Episodio "normale" del Meddaverso, che segue il #399 presentando subito un'altra missione di Erika Tanner. Ma stavolta Nathan è più coinvolto, ed è pure lui ad esperire quei strani sogni di una guerra mai accaduta (e quindi un surrogato di "mondo alternativo" c'è). Solo che tale guerra non vede coinvolte creature fantascientifiche, ma è una delle tante guerre "mediorientali" che affliggono il pianeta di noi lettori. E sta qui l'intuizione di Medda: il futuro reale ha superato quello di fantasia; "potevamo stupirvi con effetti speciali", sembra dirci, "ma ormai siamo scienza, non fantascienza". Ecco allora il complotto, neanche tanto originale, dei sogni indotti a scopo propagandistico/bellico, volti a creare nella cittadinanza la paura e la voglia di guerra. La strategia della tensione, insomma. Niente di nuovo. Ora. Vent'anni fa, saremmo stati delusi da un albo centenario simile. Avremmo voluto cose più nerd. Ma, posto che comunque le abbiamo avute di recente e altre ne avremo a breve, per questa volta, in questo momento storico, anche una scelta minimalista come questa ci appare adeguata. Diciamo che è la celebrazione di uno dei filoni meno celebrati della testata, quello socio-politico (vedi titolo ed editoriale). La storia si fa comunque notare anche per un Nathan più umano rispetto agli ultimi tempi (va dallo psicologo, si abbiocca sulla sedia), sebbene il fatto che pure lui abbia esperito i sogni indotti non riceve una spiegazione diretta, e per lo pseudo-twist su Erika, che alla seconda apparizione già perde l'occhio sinistro e lo sostituisce con uno bionico... per poi glissare, come se non fosse accaduto nulla (boh). Disegni e colori ok. Ah, le visioni forse appartenengono all'universo del #380: ma a chi importa?


(2022-2024)


domenica 11 febbraio 2024

IL GIORNO DI USCITA DI TOPOLINO LIBRETTO: UN MISTERO QUASI RISOLTO?

Avvertenze: 

il seguente post non è stato concepito per il qui presente pseudo blog. La moltitudine di caratteri ne ha impedito la pubblicazione sul social network al quale era destinato.



IL GIORNO DI USCITA DI TOPOLINO LIBRETTO: UN MISTERO QUASI RISOLTO?


Buongiorno a tutti. Uno dei temi più dibattuti da chi non ha di meglio da fare riguarda il giorno di uscita del nostro giornalino preferito. Se ne parlò in un celebre thread del fu PaperSera, e anche nel gruppo Ventenni Paperoni, diversi anni fa.

Ormai, la maggioranza dei lettori del Libretto/Magazine dà per scontato l'appuntamento del Mercoledì. Per quanto mi riguarda, molti anni sono stati scanditi dai calendari scolastici, con quel giorno centrale a fare da spartiacque emotivo (Lunedì-Martedì=uff, Giovedì-Venerdì=evvai; vabbè, più o meno). Con tutte le felici e infelici eccezioni del caso (se il Mercoledì era festivo, toccava aspettare un giorno in più; a Rimini, durante le vacanze, si trovava già il Martedì sera; e così via).

Ma sappiamo tutti che Topolino non è sempre uscito il Mercoledì. È già noto che, in tempo che nemmeno i pochi sopravvissuti di allora rammentano, la rivista uscisse il Giovedì, e prima ancora il Sabato. E prima ancora fu quindicinale, e infine (cioè all'inizio) mensile.

Ma nessuno, per via di un qualche oscuro complotto, è in grado di ricordare quando esattamente sono avvenuti i vari cambiamenti.

Ebbene, lo scorso dicembre l'estensore di queste righe ha pensato bene di colmare questa insopportabile lacuna. Se ha atteso fino ad oggi per comunicarvene l'esito, è perché, dal 1°Gennaio scorso, ogni giorno venuto in terra se ne è dimenticato. 


L'operazione è stata compiuta basandosi esclusivamente sulle pagine interne al giornale, prevalentemente grazie alla rubrica "Se lo sai rispondi" e talvolta da altri redazionali, con l'ausilio del benemerito sito calendario-365 .it. 

Ripassino. Com'è noto, la data di pubblicazione, quella in copertina, NON corrisponde alla data di uscita nelle edicole. La data di copertina, pubblicata a partire dal n.236, è stata quella della Domenica successiva al giorno di uscita, fino al n.2008. Dal n.2009 al n.3188 è stata quella del Martedì successivo alla data di uscita. Solamente dal n.3189 finalmente data di pubblicazione e data di uscita coincidono felicemente. Fine del ripassino. Passiamo allo schemino.


Il n.1 di Topolino Libretto è attestato in uscita il 7 Aprile 1949 (un Giovedì). 

[Questo comporta la necessità di ridatare il precedente Topolino Giornale: l'ultimo numero, il 738, riporta in copertina il 9 aprile, data che evidentemente non corrisponde a quella di uscita.]

Il n.2 è attestato al 10 maggio 1949 e il n.3 al 10 Giugno.

Fino al n.39 il giornale è mensile.

Non ci sono altre attestazioni esplicite, a parte una, non ricordo in quale numero, sempre per il 10 del mese.

È dunque molto probabile che fino al n.39 il giorno di uscita sia stato il 10 del mese.

Con tre eccezioni: il n.17 (luglio 1950), il n.30 (luglio 1951) e il n.32 (agosto 1951). Questi tre numeri uscirono come una sorta di supplemento estivo quindicinale (il 25 del mese?).


Dal n.40 la rivista diventa ufficialmente quindicinale, con uscita alternata il 10 e il 25 del mese (l'attestazione è già nella copertina di Perego). Queste sono le date di copertina, ma a mio parere è molto probabile che fossero anche le date di uscita effettive (numeri "tondi" facili da ricordare).


Dal n.236 (4 Giugno 1960) l'uscita diventa settimanale. La data di uscita è il SABATO (la copertina, come detto, riporta il giorno dopo, la Domenica). L'attestazione è nella copertina di Perego.


Fin qui tutto semplice. 

Dopodiché, l'ultima attestazione certa per l'uscita al SABATO è per il n.677 (16 novembre 1968).

La prima attestazione certa per l'uscita al GIOVEDÌ, invece, è per il n.687 (23 gennaio 1969).

Dunque il passaggio dal SABATO al GIOVEDÌ è da collocarsi tra il n.678 e il n.686. 

Curiosità: vado a memoria, quindi potrei confondermi, ma mi pare che tra i numeri di questo ultimo periodo (1968) compaia ad un certo punto un avviso dell'editore (se non erro anche reiterato) che lamenta problemi di distribuzione. Forse il cambiamento fu dovuto anche a questo.


A questo punto Topolino esce il Giovedì per tantissimi anni (tant'è che il Mercoledì escono Gli Albi di Topolino).

L'ultima attestazione certa per l'uscita al GIOVEDÌ è per il n.1670 (26 novembre 1987).

La prima attestazione ufficiale dell'uscita al MERCOLEDÌ riguarda il n.1690 (13 aprile 1988).

Il passaggio dal GIOVEDÌ al MERCOLEDÌ avviene dunque nell'autunno/inverno 1987/1988, tra il n.1671 e il n.1689.

Curiosità: questo passaggio avvenne poco prima dell'avvicendamento tra Mondadori e Disney Italia (estate 1988). Forse fu preparato volutamente? 


Da allora l'uscita è al Mercoledì, a questo punto il "giorno del Topolino" più longevo di sempre (praticamente la mia età).


Mistero "quasi" risolto, dunque. Chi ne sa di più si faccia avanti (ma poteva farlo prima!). Nel frattempo, possiamo tornare a dormire più serenamente.


Ehi, e i numeri scioperati?

Il n. 479/480 uscì due settimane (6 febbraio 1965) dopo il precedente (23 gennaio 1965).

Il n.1370, mai pubblicato, era previsto per il 25 febbraio 1982. Tra il n.1369 e il n.1371 passarono due settimane.

Il n.1530/31 uscì due settimane (28 marzo 1985) dopo il precedente (14 marzo 1985), con la storia in due puntate "Topolino e la notte delle stelle" (Damianovich/Cavazzano) rimasta in sospeso per 14 giorni.


Nessuno dei tre casi, ovviamente, fu preventivato. Si trovano attestazioni ai virtuali numeri 480 e 1530 (senza doppi) nei numeri a loro precedenti.


Per le altre testate il discorso è più complesso.

Gli Albi d'Oro riportano la data della Domenica, ma credo uscissero prima.

L'Almanacco probabilmente in origine usciva verso la fine del mese precedente a quello di copertina, mentre alla fine degli '60 e in buona parte dei '70 è attestato per il giorno 8 del mese.

Gli Albi di Topolino uscivano il Mercoledì, quando il Libretto usciva in altri giorni.

I Classici per ora li ho ignorati, ma sicuramente vi può interessare sapere che Topolino Estate n.2 è uscito Lunedì 16 Luglio 1984 (del n.1 del Luglio 1983 non ho trovato attestazioni).

Per il resto si può risalire facilmente alle date di rilascio delle varie testate tra il 1996 e il 1998 (Topolino dal n.2115 al n.2247 le riporta tutte)*, e a quelle pubblicate da quando Panini ha la licenza.


*salvo rare eccezioni: Topolino Adventure e PaperFantasy l'1, Paperinik il 5, Le Grandi Parodie pure a inizio mese, Zio Paperone il 15, PKNA ovviamente il 20, Minni il 24, GM il 25, Topomistery non ricordo ma sicuro dopo il 20, Paperino il 30. Maestri Disney e Ridi Topolino uscite random.


Fiero di avervi svoltato giornata e settimana a venire, vi ringrazio per la cortese attenzione e vi invito a fare buon uso di quanto appena appreso.



Non si allegano immagini - una sfilza di vetuste rubriche campionate - perché non le abbiamo a portata di mano, il testo è scritto a memoria prima dell'ennesimo oblio, e poi riaggiustato obtorto collo.


venerdì 10 novembre 2023

Golem porta Cinesi

Commenti molto personali e soggettivi incentrati sulle opere cinematografiche e televisive appartenenti al Meraviglioso Cinematographic Universe.


James Gunn: I Guardiani della Galassia vol.2

Simpatico, anche più del primo. 

Stallone e Ving Rhames esigono uno spin-off.

(2017)



Jon Watts: Spider-Man. Homecoming

Non gli davo due cents, ergo sorpresa.
Davvero bellino e spidermanoso, un 2.0 fatto come si deve.
Sì, l'amichevole Ragno di quartiere! Così, dev'essere!
Che bella la trasferta a Uoscinton!

(2017)



Taika Waititi: Thor. Ragnarok

Sulla falsariga dei Guardiani, ma un po' meno sgangherato (solo un po').
In realtà - come i Guardiani - funziona proprio perché è sgangherato, passa dall'ottimo al deprecabile A/R, ma tanto a noi interessa solo l'ottimo.
Come diceva il Genio-Trilli introducendo Aladdin e il re dei ladri: che colori!
La trama prende la sinossi del ciclo del falso Ragnarok di Roy Thomas e la fantasyenza di Starlin, ovvero le marvelate che preferisco, e le frulla, poi butta via la polpa, però il succo è rinfrescante.
Grande regia: tutti dicono per le scene d'azione, sì, anche, ma soprattutto per le statiche, per la ricostruzione kitsch, per le riprese stile peplum. Mi ha ricordato Kong: Skull Island, il film più divertente del 2017.
Questo, Homecoming e Ant-Man sono gli unici che, appena finiti, ho pensato di poterli riguardare anche subito.  
Nota del 2022: ma non l'ho fatto.

(2017)



Ryan Coogler: Black Panther

Film di moda che è piaciuto a tutti. Quindi mi ha infastidito.
Non è che sia brutto: è molto archetipico e proppiano.
Tuttavia i fighetti (e qui lo sono tutti) mi irritano. La sorella, poi, l'avrei ammazzata. 
Il protagonista è il più normale, alla fine.
La visione piatta degli americani, secondo cui tutti sono come loro, è davvero irritante. Questi non sono africani, sono afroamericani. 
Lo "space invaders" con Freeman alla console? Mah. 
Serkis? Mah. Ma dai, Klaw mica può essere morto.

(2018)



Anthony e Joe Russo: Avengers. Infinity War

Stacco troppo marcato da Ragnarok: doveva essere più graduale.
Attori un po' svogliati all'inizio, troppe faccette spiritose trattenute. 
Battute stupide quasi tutte mal amalgamate col resto.
Bene l'interazione tra i personaggi, nel complesso, e i vari sotto-gruppi.
Molte buone intenzioni: l'epopea-tour galattico, i micromondi dei vari personaggi, la storiona suprema; il tutto sembra comunque un po' compresso.
Bene i combattimenti, con Thor, Strange e Stark che primeggiano. 
Vabbé, comunque si sapeva come finiva. Cioè, come finisce.

(2018)



Peyton Reed: Ant-Man and the Wasp

Non mi sorprende che molti siano delusi: è un bel film.
Non era affatto scontato, vista la retrocessione di Lang a Avenger di riserva, prima, e a non Avenger, poi. Non mi è ancora chiaro se a Rudd questo stia bene o no: ma, tutto sommato, possiamo archiviare questa pratica nell'archivio dei cazzi suoi.
Dicevo che è un film divertente, ritmato, e sfacciatamente, disgustosamente per famiglie, alla faccia di tutte le parole brutte e di tutte le persone malvagie. Tié, pigliatevi questo, cattivoni!
Dicevo pure che questo e quello prima sono i capolavori del genere "stronzatone buonone Delladisni", che è uno dei miei generi preferiti. Pensate se quella specie di cattiva fosse stata Vanessa Hudgens: sarebbe stato il mio film preferito di tutti i tempi.
E, suvvia, ditelo che avete amato l'inutilità di Fishburne. 
Dò un abbraccione a questo gioiellino di filmetto. Ciao, amichetto!! A presto!

(2018)



Anna Boden e Ryan Fleck: Captain Marvel

Visto con due anni di ritardo, ho potuto assaporare tutto il piacere derivato dall'estrazione di una spina dal fianco. Due anni passati con questo tarlo di dover vedere "Cappten Marvel" non li consiglierei al mio peggior nemico (anche perché prima dovrei capire qual è, tra i tanti).
Non è il miglior film dell'MCU, e non lo dico per i due anni di hype, ma perché i siparietti per bambini mi sono parsi trancianti e perché ci ho visto troppi sfondi riempiti con scarabocchi colorati stile "disegni dello spazio che non sono foto vere". Il tentativo di rifarsi ai Guardiani mi è sembrato un po' tipo fanboy imitatore. Ma non voglio dire che il film mi ha fatto schifo: la protagonista è una BELLA FIGA e mi ha fatto piacere poterla guardare per due ore senza timore di essere accusato di molestie. S.L.J. in una delle interpretazioni meno brillanti della carriera è stato comunque un gigante. E Giud Lou è migliorato veramente in modo impressionante, gli ha fatto bene fare il Papa. E sono contento non sia morto. La trama, ad averla vista due anni fa, mi avrebbe piacevolmente connesso alla S5 di Agents of Shield ed entrambi i prodotti ne avrebbero tratto giovamento (anche se non ho capito i Kree bianchi; come si suol dire: "non sono razzista, ma"); ma i due anni sono trascorsi (forse ho accennato alla cosa qualche riga fa), così gli unici effetti sostanziali provocati dai camei di questo Coulson macchietta sono stati il ricordarmi l'esistenza di una S6 e di una S7 di AoS da me mai viste e la breve saudade per un periodo in cui seguire Agents of Shield era un'attività non del tutto priva di senso. Abbastanza deludente la Bening, in quanto troppo vecchia per poter essere davvero la Bening. Davvero bello, inebriante, invece, sapere che è proprio la ditta del castello incantato e dell'apprendista stregone a possedere il segreto del ringiovanimento degli attori e della resuscitazione dei morti. Walt lo avrebbe voluto. E gli Skrull pupazzosi? Disney all'ennesima potenza.

(2021)



Anthony e Joe Russo: Avengers. Endgame

Beh, sì, dai. 
Fino alla raccolta delle gemme è esattamente ciò che speravamo di vedere fin dall'inizio, o almeno ciò che speravo io.
Delle battaglie non me ne è mai fregato niente, pure questa non è che mi abbia esaltato, ma comunque è stata più vivace di altre. Il cavallo alato. 
Epilogo buono, ruffiano il giusto. Mi è piaciuto il finale di Cap. Povera piccina, però. 
Difetto? Quelli scomparsi alla fine di IW potevano pure non tornare, stavamo quasi meglio senza (quasi?).
Altro difetto? La scena delle donne Marvel. Sigh. E naturalmente a BELLA FIGA hanno cambiato acconciatura per farla sembrare più uoma. 
Pregio? Tutti quegli attoroni tutti assieme. Questa è memoria storica, sono foto che riguarderemo in futuro con nostalgia.
Altro pregio? Gli Avengers originali. (Sorvoliamo sulla cosa di Thor perché gestita comunque benino). 
Ma Visione? Come dicevo, non frega un cazzo a nessuno di quelli scomparsi.
Il film di BW che senso avrà? Boh, tanto non lo pago.
Che figata Agent Carter. Ma dov'è Agents of Shield? Lacuna immensa.
A parte questo, io non ho vissuto l'epopea di Harry Potter e nemmeno quella di LOTR, che apprezzo intellettualmente ma non emotivamente. E coi Pirati sto a metà, c'è del SI e c'è del NO. Non dico l'MCU nella sua interezza, perché confesso di trovarlo già un po' invecchiato, ma parte di questo film potrebbe diventare un cult del presente scrivente.
Nota del 2022: E invece no.

(2021)



Jon Watts: Spiderman: Far from home

Visto zompando Endgame e quello prima. Eresia? Beh, toglietemi i vicini di casa e torno volentieri ad essere un buon nerd. 
Ma non mi sono perso niente: qui la fine degli Avengers (o quello che è) ha il sapore di "finalmente ce li siamo levati dalle palle". 
E invece no, perché è tutto basato sull'eredità di Stark e sui suoi ammennicoli, e i cattivi sono gli scienziati di Stark. Adorabile.
E niente, nonostante sia tutto diverso, questi hanno proprio azzeccato il respiro, i personaggi e il tono dei primi fumetti di Lee, pensati per un pubblico di liceali. E' proprio l'Uomo Ragno, questo.
La cosa migliore del primo film (la gita) viene amplificata alla massima potenza, con tutti gli stereotipi possibili, ma senza perderci tempo più di tanto. Mysterio è buffo. Il dramma dell'adolescente prossimo all'età adulta si avverte. E' tutto bello, tranne la battagliona finale, troppo lunga e girata come se il regista fosse Bay.
Meno male che Fury c'è. Ah no. Lol.
Comunque si capiva che Maria Hill era strana.
Due scene post credits ambo geniali.

(2019)



Cate Shortland: Black Widow

Gran bel thriller. Magari usa-e-getta, chissà se in fase di re-visione passa l'e-diting. Primi 45 minuti è tutta una corsa, appena ci si ferma lo si nota tantissimo. Da lì per riprendere il passo ci mette un pochino, ma neanche tanto, e poi di nuovo un'altra corsa fino alla fine. 
Titoli di testa davvero notevoli, da rivedere subito. Sul serio è la figlia della Jovovich, quella? 
Storia straziante il giusto, per fortuna Onofrio Gelsomino non dice poi così tante sciocchezze. Weisz invecchiatuccia; Pugh ok, la rivedrò volentieri; Kurylenko in uno dei suoi ruoli migliori, l'assente. 
E' una origin story (dell'aereo e della tinta), tutto sommato si sa già tutto ancora prima di iniziare, ma lo show è ben confezionato e attira l'occhio. Apprezzabile il non aver ecceduto coi parallelismi social (il cattivo è Weinstein). Che ridere Ray Winstone, non ricordo mai che faccia ha.
Film nato sfigato (in linea col personaggio), ma non merita la gogna. 

(2021)



AAVV: WandaVision

Lo metto tra i film perché è giusto così.
Allora, c'è il bellissimo commento del Sollazzo, e potrebbe bastare.
Ci sono anche i commenti negativi, in giro, e potrebbero bastare anch'essi.
E in effetti tutto questo è sufficiente. 
Ci sono il Bene e il Male, il pregio e il difetto, il Vision e la Uanda.
Dico solo che quattro episodi per portare Monica Rembo a dire "è stata Uanda" mi sono parsi troppini. Ma dico anche che, alla fine, dopo altri cinque episodi, ero dispiaciuto che la storia si fosse già conclusa.
Sì, brava Olsen, ma che bravo Bettany. Sempre piaciuto sebbene poco valorizzato.
Anche Hayn, finalmente in un ruolo a lei consono.
Peters è epocale, è un nuovo precedente (vedi casting di Spiderman 3), è come Tarkin e Leia di Rogue One (o Downey Jr. di Civil War).
Mitico Woo, un po' meno Darcy con quel look ridicolo. Monica Culeau costantemente inutile. Il loro ritrovo è un posticcio raduno degli sfigati, tipo Area 15 - come gli ermarginati dai grupponi a scuola, che poi fondano i forum - ma i fumetti sono così quindi è ok. 
E alla fine pure Agatha arriva ad avere + o  il ruolo che aveva nei fumetti, è la sua origin story, e quindi va bene.
Il difetto della Olsen è che a volte sembra la nuova Johansson, altre volte la terza sorella Olsen. 
Gli effetti speciali idem, a volte sono notevoli, altre sono scarabocchi al pc che fluttuano. 
Riassumendo, siamo tutti bipolari, Simonelli e no tra zuydcoote e bray-dunes. Senza televisione di che parliamo? Io non la guardo, eppure eccomi qua.
Captain Marvel mi ha già rotto, è quello che mi interessa meno.

(2021)



AAVV: The Falcon and the Winter Soldier

O, come mi piace chiamarlo, De Franco en de Sirpen Surfen.
Allora, come diceva quello, "la verità a volte non coincide con la giustizia", o qualcosa del genere. Per cui diciamolo subito: questo E' un baddi muvi. Non è che sembrava un baddi muvi ma invece è profondo; no, E' un baddi muvi. I baddi muvis non sono tutti beng beng sciot mi daun, sono storie d'amore e guerra con le battutine. Tolstoj con le battutine. Woody Allen. Sono profondi!
Sgomberato il campo (AH AH AH) dagli equivoci, possiamo dire che questo è un prodotto Disney al 100%, "e sia detto con tu-tutto il dovuto rispetto". 
Dunque, che senso ha prendersela perché ci sono delle facilonate e delle superficialità? E' un baddi muvi, i baddi muvis sono faciloni e superficiali, ci piacciono per questo (che poi, voglio dire, l'evasione: ma le minchiate di Alias ve le ricordate? Eppure ci piace). Che senso ha prendersela perché Capitan America, negro peraltro, ci dice come dobbiamo vivere? Che altro dovrebbe fare un Capitan America, negro peraltro, se non farci la morale? E perché prendersela se una serie tv di un universo cinetelevisivo più ampio non spiega tutto-tutto-tutto subito-subito-subito? Che altro dovrebbe fare, un universo cinetelevisivo ampio? 
Ognuno vede quel che vuole vedere, e qui nessuno vuole vedere che ci sono due bei personaggi, per nulla originali, ma razionali e pragmatici, maturi oserei quasi dire, che compiono due percorsi paralleli e arrivano a incrociarsi (con tutto il sotteso lgbt, che non potevano dirlo esplicitamente pure quello, ma tutte quelle pacche e quegli abbracci sono significativi, il tutto coerentemente con l'essere un baddi muvi). Non c'è "Disney che imita i trampiani contro Disney che ci dice come dobbiamo pensarla". C'è una storia, al 99,99% vista e stravista (o al 100%, se contiamo District 9 per il campo profughi globale), ma funzionale a quello che la storia vuole raccontare e al paratesto, una storia che va da un qui a un lì, e soprattutto c'è quel che si cerca in un bel baddi muvi, cioè una coppia di maschioni simpatica e cool, con cui empatizzare. O guardavamo Bruce Willis e Danny Glover solo perché sparavano? Non erano forse tizi comuni, con dei patemi, che affrontavano col sorriso minacce vere come la corruzione e l'inflazione? E non li consideravamo per questo dei veri supereroi? Personalmente ho apprezzato davvero tanto il primo episodio, e gli ultimi venti minuti dell'ultimo li ho subito riguardati, cosa che non facevo da tempo immane.
Intendiamoci, non è che io sia interamente d'accordo con Disney Senza Walt ("premetto che non sono fascista, ma"), è un'idiozia additare a campo di concentramento qualunque cortile con le sbarre in cui far dormire gente che non sa dove andare, e qui, in fondo, non sappiamo esattamente cosa faccia il GRC (geniale dare al senatore la voce di Mete, per la vaga somiglianza mimica dell'attore con Patrice Luchini), ci basiamo sul fatto che i poveracci ci dicano di essere tali ("ma poi hanno il cellulare"), è come se Falcon avesse sgridato Minniti anziché Renzi e i beduini guerrafondai. Tuttavia, nel complesso, il discorso di Capcon è bello e profondamente disneyano e mi ha coinvolto. Ma questo non sarebbe accaduto se Mackie non fosse stato il figo che è, e non mi riferisco solo al costume nuovo e alle piroette molto ben coreografate nella battaglia finale, ma in generale, nell'essere un tizio qualunque che non fa nulla è un gigante. Di più: è un negro come dovrebbero essere (e qui emergono tutto il razzismo mio e della Disney Senza Walt). Bradley è un bifolco e dice che "è speciale". No, al contrario, è "solo" un uomo "medio ma giusto", come Rogers, non geniale ma nemmeno idiota, emotivo ma non piangina, leggero ma non ridicolo, serio ma non tuttologo, memore ma non rancoroso. Guardatelo in faccia, ma bene però: come fate a non fidarvi? E' assolutamente normale che sia il nuovo Cap, non serve che ce lo dicano. Più immedesimazione di così. A me piace un sacco, è un grande attore (naturalmente, ora che l'ho scritto farà Un giorno da leoni 4). Per par condicio, anche Stan mi è piaciuto molto, è migliorato tantissimo; a posteriori, forse era bravo anche prima, quando il personaggio era un robot. Ma non solo: la felice abbondanza di primi piani qualcuno l'ha notata? Qualcuno ha notato che i personaggi sono BRUTTI? Mackie c'ha i denti storti, Stan non sa ridere, Bruhl c'ha il piricozzo, Russell fa proprio schifo, gli si vedono pure i succhiotti (nel suo caso, gli autori sono stati bravi a non renderlo una macchietta lombrosiana), l'irlandesina ha più lentiggini che pori. Anche questo contribuisce all'immedesimazione. Il bravo regista, resosi conto che il budget gli permetteva al massimo di spacciare Praga per Riga (Priga?), si è adattato e ha trovato la chiave giusta per rendere credibile ciò che avrebbe potuto facilmente non esserlo.  
Insomma, questa serie ha sfornato anche un nuovo meme epocale, di cosa ci si lamenta? Non sono negro, ma vi dico io di cosa dovete lamentarvi. Con questa serie appare ancora più marcato ed evidente il disprezzo che Disney Senza Walt prova per il medium fumetto, che evidentemente considera adatto soltanto al pubblico di età prescolare. Perché una storia di questo tipo, disneyana al 100%, nei fumetti disneyani odierni è totalmente impensabile. Come sarebbe stato possibile tutto il climax che conduce al discorso libera(l)torio se tutti, prima, anziché picchiarsi a sangue e uccidersi, si fossero additati e fotografati? 
Questo deve farci arrabbiare. Uno sceneggiatore con le mani legate e infilzato di paletti sì che è un bovero negro. La "casa di carta" da valorizzare è un'altra.

(2021)




AAVV: Loki S1

Bastaaa. BASTAAA!! LA FINIAMO O NO??? Scusate, tutte le mie varianti giuocano a "Loki" ed è tutto un variar di schiamazzi. Tranne quella che riguarda in loop i minuti da 38 a 43 del sesto episodio. Sempre da sola, non esce mai. Davvero singolare.  
Insomma, di bene in meglio. Che è, ogni nuovo tassello dell'MCU deve essere migliore di quello prima? 
Eppure è così. Dopo gli esercizi di stile televisivi e la morale liberal, ecco Epcot e i corti. Io, veramente, boh, non so più che dire. La prossima è una serie animata. Come minimo sarà Fantasia '21.
E il genio di sdoganare l'ellegibitìplàs, facendo contenti tutti, ma raccontando di uno che si innamora di sé stesso (il massimo dell'egocentrismo), ma sé stesso è una Principessa Disney (bionda e caucasica), ma cattiva.  
Se le due serie precedenti erano 100% Disney, questa che si conclude nel Castello Incantato e ch'a pure Walt nella sigla, cos'è?
E va bene, tutto il calderone di Dagda: Dottor Vù, Guerre Stellari Ribelli, Jacob e MiB, il set Lego, la scrittura mista.
Ma rendiamoci conto che, nei miei vecchi giuochi, c'era un cowboy del West, cattivissimo, che poi finiva per collaborare coi Time Cruisers, e allora finiva al tempo dei pirati, poi nel medioevo, e pian piano diventava buono, e aiutava Max a salvare il prof rimasto nella piega quantica. E che dire di quel cronopirata del futuro che doveva allearsi con l'aliena supernova per rintracciare nel tunnel spazio-tempo le varianti supereroiche nipotesche (SuperQui, QuoMask e Quaradan) nelle mie post stories (storie serializzate sui post it)? Non parliamo, poi, dei guazzabugli che facevo con le saghe fantasy topolinesche, ma anche lì era tutto un rimescolare ed un evolvere. 
Cosa c'entra il Dio nordico dell'inganno con i crononauti burocrati? Prima nulla, adesso tutto. Non è arrapante? Quando alla fine c'è quel gioco di synth (blip blop blup) sopra il font di Loki in continua mutazione non vi siete sentiti gioiosamente multiversali? Olonomici? Bimbi sperduti? Non avete deciso di perdervi nel mondo anche se sprofondo e di lasciare che le cose vi portino altrove non importa dove? Non avete visto anche voi Masantonio, la sera prima?
Insomma, potevo fermarmi al primo rigo e sarei stato già esaustivo. 
Ma ci tenevo a far sapere che sono uscito pazzo per la TVA retrò e per i meravigliosi temini della Holt (rinnovo la domanda: Williams, non ti vergogni?), tanto da rivedermi 6 volte consecutive il finale. Che bravo Hiddleston ad aver prodotto tutto questo. Lungimirante.
Ah sì, il casting. Di nuovo. Rispieghiamolo. Quando questi fanno metanarrativa, la fanno a 360°, cioè fanno anche metacinema, cioè non scelgono gli attori a caso, e lo si capisce da come riescono a far brillare tutti. Il Wilson Mobius non è il "comico che fa una cosa seria", è Wilson che fa Wilson come lo ha sempre fatto, nei film più stupidi come in quelli più ricercati, e coerentemente con gli eventi più salienti della sua vita privata. Il cattivo, Colui Che Ride Per Ultimo, è il tizio di Lovecraft Country, che infatti dà il via al Multiverse of Madness. E così via. E' una cosa che oggigiorno fanno un po' tutti, ma Disney è stata la prima, e lo fa meglio. E sapete perché lo fa meglio? Perché è razzista, sessista, classista, lombrosiana, reazionaria. Un orologio pazzo, che sta meglio in un pozzo che sul piedistallo.  
Resta solo da chiedersi come sia possibile che, nei fumetti originali, tutte queste meraviglie siano annacquate in multilioni di tavole, di cui molte soporifere. 

(2021)



AAVV: What If

Lo metto qua, perché è una serie tv a tutti gli effetti, e in continuity, cosa che non ci ha sorpresi affatto. Non siamo tra quelli che gridano al capolavoro e alla meraviglia, alla fine la riteniamo la cosa meno interessante dell'EmmeCiU, come da pregiudizio. Diciamo che, in soldoni, "Cappten Carter" è stata la cosa migliore, e, vista la scena post credits, se ne sono accorti pure gli autori. Uatu si era già visto in uno dei GoG, perché niuno rammentollo? Buon personaggio, cmq, sebbene un poco stolto. Gli episodi migliori quelli di Killmonger e Strange, mentre Party Thor è una piattola. Trame così così, regia molto buona invece. Deludente l'assenza di alcune voci originali e di un paio di doppiatori italiani, cosa molto da telefilm vecchio stile (almeno che non vogliano proprio sostituire Buglioni, che dovrebbe averci un'età). 

(2021)



Destin Daniel Cretton: Shang Chi e la leggenda dei Dieci Anelli

Beh, ormai siamo in piena quarta ondata, o Fase 4, che dir si voglia. Nel 2008 c'avevamo vent'anni, ora viaggiamo verso i quaranta. Insomma, le cose - con l'eccezione dell'Italia - si evolvono, il tempo passa, il nuovo subentra al vecchio, il peggio al meglio. Ecco, allora, che i film MCU ce li dobbiamo guardare sul telefonino, di notte, con le cuffie, a puntate, in posizione scomoda, sul divano letto. Ed ecco che l'MCU, per irriderci, esplora nuove strade, con successo, al contrario di noi. Cosa possiamo dire? La prima metà del film ci ha sorpresi, in positivo (ops, meglio non usare questa espressione). Un classico film orientale moderno, all'occidentale, col protagonista monocorde e la ragazza buffa, il misticismo chimichanga, la mitologia cartoon, l'urban fantasy. Il tutto, tra citazioni e ritorni gradevolmente improbabili, ci ha condotti ad un chiasmo con un suo fascino proibito. Lo diciamo? Quando abbiamo ritrovato Sir Benny Hill Kingsley (gigantesco) e con lui abbiamo raggiunto il mondo dei Pokemon, con tanto di Ninetales di Alola, al nostro neurone è scappato un "Ooohh" silenzioso. La seconda metà, invece, ci ha ricondotti un po' là dove eravamo già stati prima, dentro la frontiera del già visto, tra mostroni ringhianti fatti al compiute e battaglione allungate con l'acqua(fina). Senza eccessivi scadimenti, sia chiaro, ma con quella patina di noia che nemmeno tutte 'ste facce di limone (adorabili, soprattutto Leung) sono riuscite a stemperare. Per fortuna, i cameoni posciacrediti sono stati studiati all'uopo per far risollevare il sopracciglio. E insomma, se Disney è sempre il Non Plàs Ultrà,  ci sarà un motivo. 

(2021)



Chloe Zhao: Eternals

Visto un anno dopo l'uscita. Senza ansia per l'attesa.
Considerato da tutti "diverso" dagli altri filmarvel, in quanto ricco di "diversità" assortite, enucleate dal campionario di razze e devianze meloniane: la coppia etero (interracial) che fa sesso, la coppia gay (interracial) che si bacia, l'indiano buffo, la sordomuta, l'emo prodigio, l'adolescente ribelle, il burbero, il superuomo caucasico che l'eroe ma è anche il cattivo e il cattivo che un dio, quindi è superpartes. E i cattivi minori usa-e-getta si chiamano, guarda un po', Devianti (ma sono i soliti mostri ringhianti). 
In realtà è proprio un filmarvel, nel canovaccio basico, nelle coreografie standard, nel casting ponderato (eccetto che per la Hayek, che m'è sfuggita, a meno che non volessero associare la naturale prosperità alla posizione matronale, mentre la Jolie maleficent e secondaria è coerente), nel ciaracter diveloppment da manuale cencelli, nella disinvoltura tra scene seriose e gags per i più piccini. Ed è un film tipicamente americano, con le civiltà antiche usate con approccio leghista (= dei Lego), quindi con gli indiani in Mesopotamia e i caucasici in Egitto, e i negri ovunque, eccetera. 
No, l'unica sua diversità dal resto dell'emmeciume è la coralità: invece di concentrarsi su di un protagonista, ne seguiamo una diecina, uno vale l'altro. 
Nota a parte per i postcredits: i personaggi famosi da introdurre stanno esaurendosi, giustamente le strizzate d'occhi stanno facendosi sempre più per intenditori: stavolta confesso candidamente di non aver riconosciuto questi tizi. 
Come gli altri filmarvel, i fumetti di partenza sono stravolti, tant'è che il migliore di tutti qui è il peggiore (gli autori sono dei draghi). Naturalmente ci riferiamo a Chirbi, i seguiti di Gayman e soci non li abbiamo letti. Non solo: il concetto mysteriano dei nostri avi potenziati dai simil Elohim e trasformati in divinità supereroistiche, qui è del tutto annullato, e questi Eterni, prima spacciati per extraterrestri nudi e crudi, si scoprono poi essere creature sintetiche create in laboratorio. Ma questo genera un cortocircuito che pochi hanno notato: non solo perché questi robot scopano o hanno menomazioni fisiche, ma perché, se sono finti, allora la morale che ci vogliono proporre con l'esibizione delle loro "diversità" normalizzate va a farsi benedire, cioè non è proprio vero che ognuno può essere davvero ciò che si sente di essere; può provarci, ma avrà sempre un gap da scontare, un "peccato originale" da espiare, un senso di colpa con cui fare i conti. 
Per il momento, non è nemmeno approfondita (viene solo accennata di sfuggita in una battuta) l'unica questione che può interessare l'MCU: cioè che questi tizi sono, teoricamente, i "progenitori dei supereroi odierni", non solo perché ne hanno banalmente gli stessi poteri e perché i nuovi attori fanno le stesse identiche pose (ma identiche davvero) di quelli che già conosciamo, compresi quelli della concorrenza (esplicitamente menzionata)... cosa che, finora, ha più il sapore della poverata, ma che, comunque, può assumere un senso in questo micromondo pseudo macro (giacché ci ripetono che l'universo è enorme, ma intanto nel film vediamo sempre e solo loro dieci).  
Essendo Disni, il film mantiene sempre una sua decenza, anche nei momenti più abissali (la parodia di Bollywood), e pur con tutti i suoi limiti aziendalisti (la lunghezza eccessiva, la povertà degli sfondi, l'abuso di computer grafica, la mano della regista che si distingue solo nei layout). Ma, sarà perché anche noi ci sentiamo poverini e diversi e vituperati dalla società, sebbene per motivi completamente... diversi da quelli dei personaggi, alla fine, pur avendo assistito persino all'aborto di un Celestiale, le cui prominenze diventano nuove isole nell'oceano della fantasia (nel senso che non si capisce dove diavolo sia ambientata tutta l'ultima parte del film), proviamo un senso di vuoto, come a dire: "e quindi?" "Tanto adesso, come al solito, andrò a dormire, ma verrò svegliato da duecento rumori improvvisi, e dormirò male o non dormirò proprio, e domani dovrò prendere l'ennesimo cascèt". La vita è una coazione a ripetere, eterna finché dura. "Dinanzi a me non fuor cose create, se non etterne, e io etterno duro"... come finiva?

(2022)



Jon Watts: Spider-Man: No way home

Film-evento, più di Endgame. Forse il film più spoilerato dai tempi dell'Impero colpisce ancora. Chi lo ha visto appena uscito, ha un ricordo in più da serbare nell'album. Purtroppo noi non c'eravamo, l'abbiamo visto a quasi un anno di distanza, con spoilerato tutto lo spoilerabile (e senza aver fatto alcunché per volerlo). Ha funzionato lo stesso, perché, oltre alle caratteristiche di cui sopra, è anche il film più ruffiano di tutti i tempi: se hai visto tutti i film Marvel dal 2000 in poi, e non ti piace, è colpa tua che sei uno stronzo. Capolavoro del fanservice e quasi della cross-overologia applicata, si fa vanto di tutte le forzature immaginabili per puntare tutto sugli aspetti emotivi: non è ciò che facevano i fumetti degli anni 1960? Il bello di Amazing (l'albo) non era proprio l'essere una telenovela? Potremmo dire che aver azzerato lo status dell'Uomo Ragno dell'MCU (che, al contrario di quanto vuole la vulgata, era tutto diverso da quello "vero" nella forma, ma nella sostanza era proprio lui) per portarlo alle connotazioni più classiche possa rappresentare quasi una marcia indietro: e infatti questo è, una ret-con, per un film che del concetto di ret-con fa la sua forza (nessuno dei personaggi dei vecchi film è esattamente lui, sono tutte varianti che si differenziano per una 'nticchia). Il vecchio cast coglie la palla al balzo per rilanciarsi alla grande, tant'è che persino Foxx, finalmente, non sembra un coglione. Tra i cattivi, com'era ovvio, si fa notare Molina, e persino SandMan fa la sua figura. Ma, chiaramente, Dafoe spicca su tutti: non per niente, quando - recentemente - abbiamo attraversato un set appartenente ad un film che stava girando dalle nostre parti, ci siamo tutti ringalluzziti. Ringalluzzevole pure il ruolo di rilievo dato a Strange, che corrobora l'idea del multicinema. In quanto ai due Spideis, Garfield si impegna come se fosse nel ruolo della vita e guadagna tutta la stima che il suo brand non gli aveva concesso; mentre questo Maguire che sembra appena uscito da vent'anni di rehab è semplicemente commovente. A parte l'incipit nel riuscito stile degli altri due Homemovies, la nostra scena preferita è quando Maguire stoppa Holland dal commettere peccato: a quella faccia non si può non voler bene. Infine, più che Devil (ma anche nella sua serie muoveva gli occhi?) ci ha deliziati l'esilarante scena midcredits (capolavoro della trollata): finalmente, Venom-Hardy è riuscito a farci ridere. Persino questo, è capitato. Se solo ci fosse stato Barton nell'albero di Natale, avremmo avuto l'en-plein.

(2022)



AAVV: Hawkeye

Il Natale, quando arriva, arriva. E finalmente è arrivato! Era da quando l'MCU è diventato Disney che lo aspettavamo. Cosa c'è di più iconico di un film di Natale a NY della Disney? Un film di Natale disneyano e newyorkese dell'MCU, più lungo e serializzato. Certo, ogni tassello di questo ultradecennale puzzle, lo sappiamo, è a rischio usa e getta; ma, allo stesso tempo, è un instant classic, un episodio su cui rimuginiamo per mesi, fino all'uscita dell'episodio successivo. 
Va bene, dette queste banalità, e senza voler rimarcare le solite cose del cast azzeccato, dell'epocale svolta (l'ennesima) del recast fasullo di Daredevil, dell'indovinato rimescolamento di personaggi e attori provenienti dalle opere più disparate e che non aspettava altro che confluire in unico calderone, dell'equilibrata sinergia tra azione e festività; ecco, senza voler ribadire tutto sto ben di Dio, c'è una cosa che continua a colpirmi di questo nuovo MCU: i piricozzi. 
Non c'è un solo personaggio che sia fotoshoppato, o patinato, nonostante i look fumettistici e realizzati ad hoc. Sono tutti pieni di nei, brufoli, succhiotti, macchie, rughe e piricozzi vari, uomini e donne, giovani e vecchi, calvi e baffuti, more e bionde. Gli manca solo la forfora.
Sono personaggi quasi veri, insomma.
Guardate Hailee Steifeld nell'altro telefilm in cui fa la lesbica: lì non ha i piricozzi. Qui sì. Lì è in vestaglia e bacia le donne sensuali. Qui ha un neo e un brufolo e indossa vestiti orrendi. Lì è finta. Qui è vera.

(2021)



AAVV: Moon Knight

Primo tassello dell'MCU completamente scollegato dagli altri, senza uno straccio di rimandino piccino picciò manco per sbaglio al resto del mondo, peggio del Wakanda, non dicono "avengers" nemmeno una volta (la connessione alla Fase 4 è solo concettuale: lo Split mentale come complemento di quello multiversale). E per questo paga dazio: non siamo più negli anni '00 (nemmeno nei '10, peraltro); oggi, se si guarda l'MCU, lo si fa volontariamente e con lo scopo di guardare l'MCU e non un generico "film di supereroi" (come quelli dell'imbolsita concorrenza, sottinteso). Non è l'unico difetto: forse ancor più che nei Thor di Waititi, il personaggio e il suo micromondo appaiono parecchio stravolti, perlomeno per chi ricorda come Munnàit fosse un antieroe metropolitano, mentre qui 2/3 di serie è un journey into mysteries (e in chiave disneyana, cioè un po' poverona in termini culturali). Inoltre, dedicare ben metà serie (le prime tre puntate) alla versione burletta dell'antieroe oscuro ed esoterico va ben oltre i primi capitoli dei romanzi di Eco in quanto a sfida al fruitore. Tutto sommato, la prima puntata è interessante, ma la seconda e soprattutto la terza hanno rappresentato davvero un grosso rischio produttivo. Per capirci: ci siamo abbioccati persino noi (perdendoci, sul momento, una delle scene migliori: vabbè). Fortunatamente, quarta, quinta e sesta puntata hanno riaddrizzato la barra e riaggiustato il tiro (non sono doppi sensi allusivi della gag VM18 tra Spector e moglie che compare a muzzo a un certo punto). Per quanto la scelta del manicomio mentale come rappresentazione visiva della schizofrenia sia banale (si capisce, viene dai fumetti più recenti), tutto l'insistito gioco di depistaggi e controrivelazioni, dagli e dagli, ha funzionato: e fortunatamente non si è scelto di copiare pigramente Legion, come pareva inizialmente, ma addirittura si è arrivati a lambire i territori dylandoghiani di Terrore dall'infinito (cioè Chocky o chiunque ne fosse l'ispiratore), con la storia del fratellino rimpiazzato dall'amico immaginario (qui endogeno) e della madre impazzita (forse i pigri fumetti americani recenti sono i copioni originari). Questo, di per sé, poteva bastare? Forse no: e allora ecco la dea ippopotama condurci nel Duat sulla barca solare.  Un vero tuffo al cuore per chi, tanti anni fa, si sciroppava i didascalici libri di Hancock&Bauval, ove quei concetti erano ripetuti fino alla nausea.  Nel finale, se le scazzottate terrene si mantengono su livelli discreti, senza esaltare, non poteva mancare la battaglia tra divinità sullo sfondo a dare un tocco di grandiosità agli eventi visualizzati. Facendo la media, una serie che prima spiazza negativamente, poi delude, poi spiazza positivamente, poi coinvolge; e pure la scena postcredits segue questo andazzo (davvero è morto Hawke? Ma perché). Delude molto il reparto sonoro: in confronto, non solo all'inarrivabile Loki, ma anche ai semplici Hawkeye e Falcon, queste musiche sono abbastanza pigre e svogliate, e pure la sigla è anonima (non facciamo battute sugli arabi che giocano con le suonerie dei cellulari perché non siamo razzisti, ma insomma). Pure sul piano visivo, il complesso non sconvolge. Restano, però, almeno tre/quattro sequenze da antologia: la scenetta del braccio, gli Isaacs dinanzi alla dea, la barca solare e la rotazione della volta celeste (quella che ci siamo persi in diretta). Ma ciò che rende involontariamente memorabile questa messe di sgangheratezze (tipo la tomba di Alessandro Magno, cosa c'entra) è, nomen omen, l'Oscar: una interpretazione totale, annichilente, massacrante, "the greatest showman" (altro che Jackman), dall'avanspettacolo al bipolarismo, Roger Rabbit e Giudice Morton, l'idiota, il sosia, l'adolescente, l'eterno marito, il giocatore, i demoni, umiliati e offesi, memorie dalla casa dei morti. Un vero eroe. Da studiare all'Actor's.

(2022)



Sam Raimi: Doctor Strange nel Multiverso della Follia

Le aspettative più alte mai registrate per un filmarvel, per via della combo titolo+regista. Ma anche il trailer più troll di sempre: quello che sembrava cattivo, era buono, e quella che pareva buona, era la cattiva. Che era una dei buoni! Chi se lo aspettava! Infatti ci aspettavamo tutt'altro. Invece di No way home (completamente ininfluente, alla faccia di chi - coff coff - si è dannato l'anima per seguire l'ordine di rilascio), il film crossovera pesantemente con WandaVision, che noi pensavamo sarebbe stato coinvolto solo parzialmente, e che invece prosegue di peso, rendendo il film quasi l'episodio conclusivo del telefilm. Un'esperienza straniante quasi mai provata prima ("quasi" perché Age of Ultron chiudeva una trama di AoS e perché, comunque, di film che concludevano telefilm ne sono stati fatti parecchi, solo che erano televisivi). La prima metà circa del film soffre questi ribaltoni mentali, nel senso che, anziché il turbinio sinaptico che ci si aspettava, propone una narrazione molto lineare, proprio da WV, e, se non ci fossero il monocolo tentacolare e quei pochi secondi di tuffo negli universi, ci si annoierebbe quasi un pochetto, con l'aggravio di vedere Campbell non interpretare un ruolo importante. Il tutto svolta con gli Illuminati, su cui tutti si soffermano per il consueto geniale giuoco dei Soliti Ignoti ("signor Inumano, è Lei quello del telefilm cancellato e non canonico?"): il  motivo è che è da questo punto che inizia il vero film di Raimi e si scatena la sarabanda sensoriale, tra piroette della macchina da presa (sebbene manchi, sigh, la "carrellata velocissima") e una colonna sonora classicamente onnipresente, con un apice nella battaglia musicale. L'horror non manca, ma naturalmente è quello guascone/dylandoghiano di Raimi, non certo quello duro e puro degli amanti del genere; potremmo anche definirlo disneyano, ricordando i gloriosi corti della golden age o i parchi a tema. L'impressione diviene quella di assistere ad un film degli anni 1990, dunque vintage, ma questo non dispiace, dato che negli 1990 i film li sapevano ancora fare. Come il concomitante Moon Knight, si inizia un po' delusi e si arriva alla fine soddisfatti, non solo per aver concluso finalmente WV, e arrivando pure a ridere di (e con) Campbell. E allora, per 9 miliardi e passa di Euro, signora Theron, ci dica: è Lei la nuova squinzia di Streing? 
P.s.: comunque questi Xavier e Freccia Nera pupazzosi sono bellissimi, mentre Capitan Milfona di What If è uguale al cartone e, al contempo, la solita, ineluttabile gnocca.

(2022)




Taika Waititi: Thor: Love & Thunder

Classico esempio di seguito confezionato dopo il successo del primo: tutte le cose che avevano funzionato per davvero (il grande senso estetico del regista e dei suoi collaboratori, il revival del peplum, i layout studiati nel dettaglio, le ottime coreografie, la vivacità visiva degli extraterrestri... non è un caso se Waititi è passato a Star Wars), e anche quelle che avevano funzionato soltanto nella testa dei produttori (tutto il resto), vengono riproposte rimescolando la minestra. Non è un seguito di quelli rivoluzionari che modificano e ampliano la portata del primo, ma di quelli standard (in cui pure i camei delle guest stars, che la prima volta erano a sorpresa, stavolta erano noti da tempo). Questo se ragioniamo in termini di primo e secondo film: ma in realtà, stiamo parlando del terzo e del quarto, e di un filone che fa parte di un franchise più grande. E allora, sotto quest'ottica, in realtà il film modifica e amplia tutta la paraphernalia legata a Thor e al filone mitologico, ripescando la dimenticata Jane Foster e chiudendo il suo percorso, o, forse (o forse no), rilanciandolo in modo nuovo, e introducendo il consesso degli dèi, che è comunque materiale tratto dai fumetti. A dire il vero, a parte i ravioli, quasi tutte le stramberie extraterrestri presentate sono elementi fumettistici: qui Waititi c'entra poco, l'approccio demenzial-nostalgico-dance-anniottantesco al filone cosmico marveliano è farina di Gunn e Feige, concettualmente Waititi vi si è solo adattato. Senonché i suoi film... modificano e ampliano la portata di quelli di Gunn, nei quali la "diversità" dei non terrestri rispetto ai terrestri non emergeva così prepotentemente. Non è strano vedere Zeus fare il coglione: non è un coglione, è un alieno, cioè è "diverso" (e ricordiamo che il Zeus della mitologia "vera" era uno stronzo); così come lo è Korg, che si riproduce per rocciaferesi (finalmente una allusione lgtb divertente); così come lo è il dio crudele dell'incipit, perfettamente efficace nel rendere l'idea tra aspettativa del fan e realtà delle cose. Ciò che differenzia Waititi da Gunn è proprio Thor, inteso come il rapporto che lega il regista all'attore: laddove i Guardiani - lo si vede anche nella breve comparsata post Endgame che fanno qui - hanno raggiunto col tempo una maturazione (dovuta forse all'aver lasciato Gunn, vedremo se il suo ritorno li riporterà indietro), Thor ha subìto una involuzione apparentemente inarrestabile, che solo la paternità, seppur acquisita (non per l'attore), sembra (sembra) riuscire a quietare: non una trovata originale, ma meglio di niente. A questo proposito, lo Zeus di Crowe cade a fagiolo (l'ennesimo cast azzeccato, come pure Bale, che nei suoi film più famosi aveva perso i genitori e qui perde la figlia e diventa oscuro): vedere questa vecchia gloria del Cinema in totale disfacimento, e pure laziale, saltellare tenendosi la gonnellina e subito dopo scatenare la guerra, restando credibile in entrambi i casi, è sufficiente a far apprezzare l'intero film. Ancor di più, è vederlo prendere coscienza  di questa regressione nella scena postcrediti: "quando siamo diventati una barzelletta?", si chiede. La risposta più ovvia del credente è "da quando c'è Waititi", ma il mio parere laico è che "da quando c'è Gunn" sarebbe una risposta più corretta. Da lettore mysteriano ed elettore con senso civico, è una domanda che, "io credo" (cit.), dovrebbe diventare fondamentale almeno quanto "esiste vita nell'universo?" o "Dio c'è?". Altrimenti siamo solo capre urlatrici.

(2022)



AAVV: She-Hulk: Attorney at Law

Miniserie complessivamente simpatica, che adatta gli inadattabili fumetti di Byrne nell'unico modo possibile ai giorni nostri. Serie ad altissimo rischio di imposizioni sociali e minchiatelle puerili: non le ha evitate del tutto, ma le ha fortemente e capacemente ridotte al minimo sindacale. "Per essere una donna", l'autrice se l'è cavata (igh igh). C'è stato un momento in cui abbiamo davvero temuto che le colleghe di Jem si baciassero. Ma la parodia dei suprematisti è stata apprezzabile, anche nella sua brevità. La protagonista è in gamba, ma già lo sapevamo dalla serie che la rese famosa, e ovviamente i camei hanno aiutato. Ma certo la grossa sorpresa è stato vedere portato avanti un paio di microtasselli di continuità (Abominio e la cornice di Planet Hulk). Per carità, alla fin fine gli ultimi due episodi si divorano tutti gli altri, e possiamo dire che Daredevil gigione e K.E.V.I.N. (esilarante il suo doppiaggio) - e l'Ezio Greggio di Boba Fett! Un genio - siano ciò che resta più impresso della stagione, anche più di Jennifer e dei suoi ammiccamenti forse, ma va bene così. L'MCU fa metacinema fin dai suoi esordi, e ora che l'ha spinto a livelli da cui non si può tornare indietro non gli restava che la metatv (già accennata in WandaVision, ma qui più spinta). CGI davvero ballerina: è spesso ottima, ma c'ha certe cadute nel dozzinale inspiegabili. Il look di SH del fumetto era già bello di suo, e bene hanno fatto a lasciarlo intonso. Ottimo il minutaggio ridotto rispetto al consueto: dovrebbero farle tutte così.

(2023)




Michael Giacchino: Licantropus

Speciale di Halloween, forse uscito poco prima del dovuto: vederlo in quasi-inverno, di sera, sarebbe stato più opportuno che vederlo in quasi-estate, di giorno. Giustamente in b/n (w il b/n! Sempre!), giustamente agghindato con retròserie e spacciato come omaggio ai "vecchi film classici"... ma l'ambientazione sembra comunque contemporanea. Finalmente, la Pietra di Sangue: ma tre parole sono troppe, quindi rimane Blòdstòn anche nella nostra lingua. Come riempitivo hollyweeniano, ha il giusto concept: la "serata dell'orrore" nel circolo degli ambigui. Lo script, però, è modesto, e, a un certo punto, diventa una scazzottata tra umani (prima) e col licantropo (poi). Sì, l'uomo lupo tira pugni e calci. Lo stesso Giacchino - che carriera! - se ne avvede e inserisce almeno un pizzico di splatter verso la fine. Man-Thing è simpatico, la vecchiaccia pure, e alla fine ci piacerebbe (piacerà, I suppose) rivedere i tre superstiti. MA! il fatto che i protagonisti abbiano le voci di Bucky e Nebula lascia un po' il sapore della poverata secondaria. Comunque, giusta la lunghezza: fosse stato un film da due ore, avrebbe stancato.

(2022)



Ryan Coogler: Black Panther. Wakanda Forever

Il filmino di un funerale, come diceva Mr.Paccagnella, ma trasformato in una classica storia epica di origini e rinascite, potremmo dire una tipica storia delladisni, se non fosse che la ditta del Castello Incantato da qualche tempo sembra essersi trasferita in un Grattacielo Grigio. 
Decisamente migliore del primo film, sebbene, a questo punto, ostinarsi nel compartimentare i vari supereroi sia decisamente da sfigati. Tante scene potenti, su tutte l'ultima (precredits, ma anche la post che la integra), con la tizia che tanto avevamo detestato nel "primo" film (aridagli) che alla fine diventa un'ometta con la testa sulle spalle. E diciamo che, stavolta, anche il rinnovo del look ha aiutato. Shuri Shuri Shuri di tuttu l'annu l'amuri ca mi rasti ti lu tornu (è la morale, fateci caso).
Notevole la Wright, la Bassett si impegna più del solito e guadagna i giusti onori (più alla carriera che al ruolo in sé), ma certo vederla canuta ci invecchia di decenni in un botto. Lo ammettiamo: non ricordavamo chi diavolo interpretasse la Lupita; abbiamo dovuto riscoprirlo daccapo, in una sfida a noi stessi. Non sapendo cosa far fare a Freeman, gli autori si giuocano la carta della telenovela, imparentandolo con Valentina Allegra eccetera, dando così un senso a entrambi e pure al film, che altrimenti sarebbe stato eccessivamente stand alone. Tre piccioni con una fava. Infine, Elni Gnosi Namòr. Incredibilmente, tutta la storia ha un senso (a parte il nome) e, ancor più incredibilmente, è credibile. Giusto non averci messo subito pure Latveria, per non appesantire il tutto, ma certo ora questo mondo, preso singolo singolarmente (ignorando multiversi vari), appare un po' meno scontato di quanto ormai fosse nella vulgata comune. Ed è giusto che la celebrazione dell'afroamericanismo passi per lo scontro/incontro con l'ispanismo (gli asiatici hanno il loro film a parte), le elezioni sono vicine, e dopotutto tutti quei Fausti & Furii dovrebbero aver insegnato qualcosa, ormai. Non puoi essere un buon negro se tratti i messicani come i wasp trattano te. Tutto il (si fa per dire) "sotteso" politico, la sacrosanta lezioncina data ai paesi africani (e agli occidentali), era presente anche nel pri...precedente film dedicato a BP, ma risultava svilito dall'ammorbante imposizione della visione per la quale, una persona di colore, per sentirsi pienamente realizzata, dovesse per forza diventare un idiota che dice "yo" e "bro" ogni due parole e batte il cinque a tutti. Questo aspetto, in questo film, è fortunatamente ridotto, e ci svilisce  soltanto in poche, limitate, sequenze (la peggiore quella all'università, frutto delle pressioni aziendaliste che hanno voluto un ennesimo esoscheletro in giro e hanno imposto l'ennesima Newton bertaniana). Una sorpresa, comunque, in un film interminabile, lungo oltre misura, nel quale abbiamo dovuto cedere alla corte di Morfeo per alcuni minuti (precisamente quando abbiamo guardato l'orologio e realizzato che era trascorsa un'ora e trentacinque e mancava ancora un'ora bella piena). Sfrondato di Riry e di qualche "momento drammone", e schiarito qualche nero di troppo (ah ah), sarebbe stato un ottimo complemento di TF&TWS: anche così, comunque, il discorso fila; ma la quest di Shuri, e quel finale, prendono decisamente il sopravvento.  

(2023)



James Gunn: I Guardiani della Galassia Holiday Special

Rilasciato forse un po' troppo presto, sono riuscito a vederlo non troppo in ritardo. Speciale più frivolo ed inutile di quanto sperato, i due cenni di continuità (nuova base, nuova famiglia) sono il minimo sindacale (vabbè, Cosmo). Se Quill è maturato, gli altri sono ormai delle barzellette. Fa ridere vedere Bacon a casa sua o al cell con la Sedgwick, ma comunque c'è poco altro. Anzi, no, ci sono troppe canzoni. Giusto far incontrare Mete Sr. e Jr., ci si poteva giocare un po'. Nonostante la vacuità, sono quaranta minuti che scivolano come niente. 

(2022)



Peyton Reed: Ant-Man and the Wasp. Quantumania

Critiche esagerate, ma due senza tre purtroppo c'è. Solo in parte è il film seguito dei due precedenti, perlopiù all'inizio e nel finale posticcio (pare sia stato riscritto e rigirato stravolgendo parte del senso della storia), e soprattutto nel format dell'avventurona famigliare riprende ed espande ulteriormente il concept dei "tesori, ragazzi ristretti". Ma questo occupa solo un terzo di film; un altro terzo è lo show di Kang, che dopo il prologo di Loki può presentarsi definitivamente al grande pubblico. Anche qui, chi critica lo fa un po' infantilmente, non c'è nulla di tanto diverso dalle fasi 1,2,3. Il cross-over tra i due "mondi" è un po' forzato ed artefatto, vedere tutto quel minutaggio con Megiors e Miscèl Faifer canuta fianco a fianco è stato abbastanza straniante. Bello, comunque, aver fatto in tempo a vivere un'altra (ultima?) avventura con queste vecchie glorie del cinema delle nostre origini, bello aver assistito ancora al miracolo del perpetuarsi di Paul Rudd, ed è stato naturale accettare la figlia di Castiel come figlia, e forse erede, di Ant-Man (è la decamillesima Newton Pitagorico, ma essendo figlia di Rudd non ci irritiamo); solo Wasp è caduta imperdonabilmente nel dimenticatoio. Boh. D'altra parte, a noi Kang era già piaciuto nel suo vero esordio, e vederlo per un'oretta di più ci è parso un giusto riconoscimento alla nostra assiduità (e poi, drin drin snack in arrivo, non ci stancheremmo mai di ascoltare Lopez Jr.). Certo, l'idea che una variante del supernemico sia già andata, e peraltro senza chissà quali eccessive difficoltà, ci lascia ancora qualche dubbio sulla reale portata di questa sottotrama, dubbio che le varianti in costume non hanno proprio contribuito ad attenuare, ecco. Ma siamo speranzosi, a partire già da Loki 2. A preoccuparci è Disney Senza Walt, il vero villain multiversale e semisclerato, che parla parla ma quando deve agire ancora tituba. Lo dimostra il terzo... terzo di questo film, in cui si vedono chiaramente la mano della produzione e i fili del parco a tema. Questo Regno Quantico poco quantico e molto terrestre, con set e costumi riciclati da fantasy anni '80, è stato abbastanza deludente. Abbastanza, non del tutto.  Ma insomma, sempre evviva Murray/Gammino, ma se tagliavano la scena, o ci mettevano un altro, che cambiava? E tutte queste somiglianze starwarsiane... lo possiamo dire? Perché non metterci direttamente SW e fanculo tutti? Tanto prima o poi le contaminazioni che nessuno osa immaginare arriveranno, è solo questione di tempo. A 'sto punto, perché non provocare? Un po' sprecata anche la sequenza dei mille Rudd. Carina, ma ci si poteva sforzare di più, almeno con sfondi e montaggio. "I film dell'MCU non sono film ma grandi episodi televisivi": ecco, stavolta la definizione si applica alla lettera.

(2023)



James Gunn: I Guardiani della Galassia vol.3

Finale di trilogia, che però non è una trilogia vera e propria, i cross-overs hanno contaminato parecchio il materiale di partenza, nonostante qui si cerchi di fingere che si sia trattato di piccole bischerate. In fondo, si può considerare il comportamento di Gamora come un semplice mestruo. No? Vabbè. Film molto bello in alcuni momenti e sotto certi aspetti, una poverata in altri e sotto altri. Ad esempio, Knowhere e la finta Terra sono poverate. Il pianeta degli orgocosi è invece notevole, un intelligente mix di figaggine e parodia senza vergogna (il costume di Fillon), per tacere poi della sapida (auto?)ironia dei padroni che pervade il film tutto (trasformare animaletti in perfetti personaggi umanizzati di consumo, è abbastanza chiaro no? E ci sono pure i Teletubbies). Per i nostri gusti, troppo spazio dato al tizio erede di Yondu, mentre Cosmo, che comunque è Laika, ci è piaciuta (anche se parla come la sorella di Natasha). Gestione salda della coralità, ma forse Quill avrebbe potuto risaltare di più. Ma ormai era deciso che il protagonista avrebbe dovuto essere Rocket, e qui sta il grande pregio e il grande difetto del film: giacché la storia passata del piccolo e indifeso procione dagli occhioni luccicosi, tutto pucci pucci amore dammi tanti bacetti, e dei suoi amichetti animaletti del bosco (vabbè, c'è un tricheco, però lontra e coniglietto connotano il background) altrettanto sciocchinamente ingenuotti e dolcemente estranei alle bassezze del mondo (puro Bosco Piccolo), tutti trasformati in abominevoli freaks, prima sognatori sottomessi poi eroici ribelli, supera in disneyanità qualunque cosa Disney Senza Walt abbia prodotto da tempo immemore, ma proprio qualunque, non c'è gara (con un tocco di Don Bluth, toh, ma insomma, la conosciamo la Disney sadica delle origini); e, tuttavia, è una storia talmente "pesa" da renderne difficile la revisione a chiunque abbia superato l'età in cui le maggiori preoccupazioni sono i voti scolastici e non sembrare sfigati. Con tutti i problemi che uno c'ha, chi ha voglia di andarsi a rivedere pure la donnola che ci muore davanti agli occhi e ci dà il bacetto sulle nuvolette? Il cyberconiglietto e il tricheco con le ruote trucidati? No, grazie. Una volta è bastato. Dobbiamo già patire abbastanza sofferenze senza andarcene a cercare altre. E, infatti, a differenza dei voll.1 e 2, stavolta abbiamo sorridacchiato alle battutacce di Drax e alle faccette di Quill, a manifesto della nostra stanchezza esistenziale. Per una volta che cercavamo l'umorismo, Gunn ha fatto mezzo film drammone. Per citare Gamora: "vaffanculo!". Attori in palla, qualche bella coreografia, bei colori. Speriamo che Disney Senza Walt non butti via tutto. Certo, una storia così ruffiana non poteva che valersi di cattivi macchiettistici (l'AE) o tirati dentro per fare numero (Warlock), ma almeno l'interpretazione del primo si è fatta notare. A differenza di Quill, noi non siamo maturati del tutto, per cui un po' ci infastidisce questo finale dato a Gamora, e non ci entusiasma particolarmente la nuova squadra, ma da tempo abbiamo deciso di badare solo al nostro orticello, e ci facciamo bastare StarLord sulla Terra, pronto per i prossimi eventi. Siamo comunque delusi dal ridimensionamento di Stallone e dalla sparizione di Rhames e compagnia (e non parliamo di Glenn Close). Questo non ce lo dovevi fare, James. Ma dove vai con quegli altri, resta qui con noi. Siamo una ditta di sociopatici, ma abbiamo delle idee, una visione di società. "Abbiamo un sogno: avere un sogno" (cit.). 

(2023)



AAVV: Secret Invasion

Siamo invasi da telefilm: la duplice natura dell'MCU televisivo si fa manifesta in questa opera, che si ricollega alle origini dell'MCU stesso. Finalmente Fury/Jackson protagonista: sì, ma poi? Prodotto quando Iger e Feige non avevano ancora razionalizzato il delirio di onnipotenza e la sovrapproduzione, questo "film in 6 parti" non è, per sua stessa natura, in grado di mantenere tutte le promesse. Vorrebbe essere una serie fighissima e potente, ma finisce per essere una parentesi romantica. Come si può ridurre l'invasione di un milione di Skrull ai soli Rhodey e Ross, peraltro alla fine già reintegrati? Come si può bellamente far dire al protagonista "no, dai, stavolta gli Avengers non li chiamiamo"? Il discorso politico c'è (la Sinarchia dei Rettiliani dietro alla guerra in Ucraina!), ma è ridotto ruffianamente a quattro comparse.  TF&WS era stato più incisivo. Regia e montaggio davvero altalenanti: a volte copiano bene (l'inizio con Ross), in altre occasioni sono davvero pedestri (nella morte di Talos si vedono i movimenti di macchina, come nei film dei Vanzina). Scrittura altrettanto opinabile: Fury che d'improvviso si scopre Black Matter, Rhodey che gli risponde con cinico buon senso, ma è uno Skrull e quindi sarà davvero buon? Poi la cosa di Fury viene spiegata un pochino, c'è uno sforzo di far percepire lo scopo di questo personaggio senza poteri, ma anche qui, saranno cinque minuti. E ancora: non è Fury a diventare l'Avenger definitivo, ma la squinzietta, e vabbè; ma la scena del disvelamento del finto Rhodes davanti al Presidente non ha proprio senso, dopo aver visto Fury e Sonia sparare prima di domandare per sei puntate. Poi il Presidente diventa tutto d'un tratto un dittatore sanguinario, e va bene a tutti. Boh. Per nostra fortuna, il nostro status psicofisico e cognitivo regredisce giorno dopo giorno, e alieni su un pianeta straniero lo siamo dalle scuole medie, pertanto noi ci siamo goduti la serie semplicemente come una non-ultima-ma-quasi gigioneggiata del buon, vecchio settantenne SLJ, finalmente accoppiato alla sua metà. Abbiamo ammirato lui e gli altri big della recitazione (Cheadle, Freeman, Colman) e ci siamo chiesti cosa pensassero mentre giravano certe scene. Ecco, abbiamo detto fino alla nausea come l'MCU sia, oltre che il più lungo film di sempre, il più grande esperimento di metacinema di sempre; ma forse, in questo caso più di altri, avremmo preferito anche  una storia ben raccontata.

(2023)


AAVV: Loki S2

Ah, ma non è una serie tv divisa in stagioni; è un film in due tempi. 
Questo spiega il tergiversare riempitivo di questa "stagione", dove sei episodi si potevano ridurre a due-tre tranquillamente. Ok, dovevamo esperire con il protagonista l'angoscia e il senso di impotenza, il fare parte di un gioco decisamente più grande; sotto questo aspetto, nulla da dire. Loki ha ottenuto la sua redenzione e si è compiuto il suo destino. Bello. E bello è stato vedere l'Yggdrasil, soprattutto perché ci ha ricordato che anche gli americani leggiucchiano, ogni tanto. Rimane comunque tutta quella trafila di Loki che si falcia da solo, e quella "sottotrama" degli agenti TVA esauriti, un po' boh. Divertente, invece, la Fiera/Expo, antenata di Epcot, e mettiamoci pure Majors spettinato coi baffoni, dai. 
E' mancata la magia della "stagione 1", però: rendere villain il cartone animato d'accompagnamento è indice della schizofrenia della Major (ih ih), sclerata a furia di compartimentare e poi mischiare tutto per compiacere chissà chi. 
E Kang? Sarà davvero così importante? Francamente, finora, solo Colui-Che-Rimane ha avuto un minimo di carisma (bella la scena "rivelatoria"), mentre le varianti viste finora sono parse un po' coglione. E, ora, vedere Loki su quel trono sa tanto di "Piano B".

(2023)



Ruben Fleischer: Venom

Che noiona. Per carità, di Venom ho un bel ricordo per quella run horror di Uomo Ragno e i suoi fantastici amici, ma il Venom "punitore mostro" dei fumetti successivi alle origini non è che mi sia mai sconfinferato tanto, con tutta quella paccottiglia di simbionti parenti-serpenti-blob, che manco i Ghoaul'd. Ecco, questo film è "punitore mostro", che fa un sacco di battute, e guida la moto, e dà i pugnoni all'indiano, e alla fine tira in ballo Carnage, un pazzone spettinato tipo telefilm DC, che fa rimpiangere Polansky.  Un filmetto vecchio di 15 anni, e vi dico che sono una delle due persone a cui non fa schifissimo il primo Fantastic 4, quindi ho una gola che Linda Lovelace mi fa un baffo, però, insomma, questa è proprio una robetta. Intravedo il tentativo di adattare Eddie, ma senza Spidey non ha senso. E, a proposito, giustamente - essendo un film per bambini -, alla fine hanno messo il promo del cartone animato al piccì. Cartone che avevo voglia di vedere, ma dopo questo spezzone, direi che non ne ho più.
E poi c'ho sempre 'sta immagine di De Rossi che diventa Venom, che è come stralciare sotto ai miei occhi il patto narrativo.

(2018)


Andy Serkis: Venom. La furia di Carnage

Seguito di un film mediocre, per non sfuggire alla legge del sequel, è ancora più mediocre del primo. Anzi, lo definirei proprio brutto, e sono uno che reputa brutti soltanto un paio di film di Boldi, Sausage party, la scena della merda di Ted e poco altro. 
Avevo scritto altrove come, essendo cresciuto con il terrore dei cartoni animati di "Solletico", in cui l'arrivo di Venom era rappresentato come un horror lugubre e ansiogeno, già faticassi ad accettare l'involuzione Goaulh'd dei fumetti,  con tutti i simbionti buoni che litigano fra di loro. Di conseguenza, già il Venom del primo film mi era apparso un ulteriore svilimento del personaggio: che ingenuo! Non avevo ancora visto il secondo film. 
E se, tutto sommato, il primo presentava anche una parvenza di trama, qui resta solo Hardy, in un one man show in cui parla con la versione sboccata di Harvey. Il resto si guarda e si dimentica un secondo dopo, come le foto su uozzàp, con l'eccezione di Harrelson, il cui ruolo è paragonabile a quello di De Niro in Rocky e Bullwinkle (ma lì c'era stato del coraggio, dietro; il vero ruolo brutto di De Niro è Nonno scatenato).
La scena post credit è quasi un'ammissione di colpa: dimentichiamo 'sta roba e andiamo in Serie A, da quelli bravi.
Ma l'escamotage mi lascia dubbioso, sarà difficile raddrizzare questa variante, come fatto coi Netflix.

(2021)


Daniel Espinosa: Morbius

Filmetto usa-e-getta, in buona parte nient'affatto esecrabile. Come ormai si suol dire, "i due Venom sono peggio", un assioma ch'è anche una teoria scientifica. Certo, è tutto trito e ritrito, le scopiazzature batmaniane fanno sorridere, i titoli di testa&coda sono fatti da noi nell'ora di informatica a scuola (e noi facevamo i siti con lo sfondo giallo e i testi in Times e, ovviamente, i frame). Ma intanto c'è questo Leto, che a noi non entusiasma mai granché, ma che è indubbiamente adatto al ruolo, come lo è l'onnipresente Coltorti (e allora si poteva decisamente evitare di dargli pure Licantropus). C'è Adria Gnoccona, che fa quel che le riesce meglio, cioè esistere. C'è Jared Harris, sostanzialmente sprecato, ma sempre fico. C'è il Dottore Stropicciato, che come al solito rinnega il ruolo che gli ha dato la fama per fare l'esatto contrario. Ecco, il cattivo è la cosa meno riuscita del film: scontato dalla prima inquadratura (il flashback bimbesco), demenziale nella sua stolidità adulta. Abbiamo visto critiche allo yuppismo più efficaci. D'altronde, il concetto stesso di fare film sui cattivi raccontandoli come buoni problematici, e bisognosi di cattivi più cattivi di loro, denota il livello di intelligenza di chi produce questi prodotti (e di chi li guarda, glom). Se non altro, questo è probabilmente il primo comic movie senza comic... e pure senza il movie, direbbe qualcuno, ah ah. In realtà, non è del tutto vero, perché il poliziotto ispanico battutaro non manca, ma grazziaddio gli hanno tagliato le battute, e poi a noi ha divertito di più il collega di Fastenfurius, finalmente in un ruolo serio, purtroppo anche completamente, ma completamente, inutile. Soprattutto, la componente umoristica è data dalle scene posciacrediti, che sfiorano il delirio mistico. E sì: a noi questa idea nonsense dell'Avvoltoio espulso dal MCU diverte da matti, e ancor più ci gasa vedere il Keaton di Birdman intortato in operazioni rovinose sia sul lato Marvel che in quello Dc. Vabbè, ma il film? Non è che ci sia molto da dire, è la solita origin story. Ecco, le scopiazzature batmaniane di cui sopra, in realtà, si sono rivelate salvifiche. I giochi di luci rossonere, la persistente nenia zum zum zum, questo buio nolaniano opprimente e rassicurante, anche utile a nascondere la triste compiuter grafica (a parte le linee cinetiche, divertenti), sono quei trucchetti ruffiani che funzionano sempre, o non sarebbero ruffiani. Apprezzabile il tentativo di fare dell'horror supereroistico, sebbene l'unica sequenza davvero spaventosa sia quella in cui Leto è pelle e ossa e gli ficcano un ago nel midollo. Brrrrr. E adesso, un mondo giusto ci servirebbe questi Tristi Sei su di un piatto d'argento; ma nel mondo reale, anche se paghi il coperto, ti danno la tovaglietta di carta. Speriamo di vedere almeno Gnoccona vampira. In fondo, questi vampiri non muoiono all'alba come le speranze (o erano i sogni? vabbè, è uguale).

(2023)